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2026 · Società e Terzo Settore

Sotto pressione, ma non soli

Il Rapporto 2026 sulla società toscana: nuove fragilità, conflitti crescenti e il ruolo vitale del volontariato come infrastruttura di coesione sociale.

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Sociometrica (2026). Sotto pressione, ma non soli. https://www.sociometrica.it/research/sotto-pressione-ma-non-soli

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Il presente rapporto di ricerca è stato realizzato da Sociometrica e da FieldCare su incarico di Cesvot. Il gruppo di lavoro è stato coordinato da Gianfranco Cataldi. Autore del testo è Antonio Preiti.

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Indice del Rapporto Premessa — Capire la società toscana 03 Capitolo 1 - Toscana sotto pressione: paure e difficoltà a chiedere aiuto 1.1 Il peso emotivo del quotidiano 06 1.2 Le fonti della preoccupazione 10 1.3 Redditi sotto tensione 14 1.4 Il silenzio del bisogno 17 Capitolo 2 - Una società più conflittuale: crisi della convivenza 2.1 Tensioni su immigrazione, politica e disuguaglianze 20 2.2 Il digitale come nuovo terreno di conflitto 24 Capitolo 3 - Il volontariato come risposta 3.1 Come i toscani vedono i volontari: un apprezzamento alto 25 3.2 Chi fa volontariato e come 29 3.3 Anziani, famiglie fragili, sanità: dove servono più volontari 32 3.4 Cosa sarebbe senza il volontariato 35 3.5 Cosa chiede il volontariato alla politica 38 Capitolo 4 - Giovani, territori e opportunità 4.1 Le difficoltà specifiche dei giovani 40 4.2 Le domande maggiori: formazione e riconoscimento 45 Capitolo 5 - Felicità e benessere 5.1 Le radici della felicità: economia, salute e intimità 49 5.2 Il paradosso digitale: connessi a tutti, vicini a nessuno 51 Sintesi e conclusioni: sotto pressione, ma non soli 57 Nota metodologica 61 Appendice: questionario d’indagine 64 2

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Premessa: capire la società toscana Il presente report illustra i risultati di un'indagine statistica condotta su un campione rappresentativo della popolazione toscana in merito al volontariato, alla partecipazione civica e al rapporto tra cittadini, istituzioni e terzo settore. In un contesto sociale ed economico in evoluzione, comprendere le dinamiche che caratterizzano l'impegno civico e il volontariato risulta fondamentale per orientare le politiche pubbliche e le strategie del terzo settore. L'indagine si articola in cinque aree tematiche principali, interconnesse tra loro, che permettono di tracciare un quadro completo del fenomeno del volontariato in Toscana e del suo ruolo all'interno della società civile: il benessere e le condizioni di vita dei toscani; la fiducia, i conflitti e la convivenza; la percezione e la partecipazione al volontariato; le condizioni dei giovani e il loro rapporto con il territorio; la felicità, il benessere soggettivo e i desideri individuali. Questa struttura progressiva segue un percorso logico che parte dall'analisi delle condizioni di vita e dello stato emotivo dei cittadini per arrivare a comprendere il ruolo del volontariato nel rispondere ai bisogni della comunità, passando per le dimensioni della fiducia, della conflittualità sociale e delle aspettative delle nuove generazioni. In un periodo storico caratterizzato da profondi cambiamenti sociali, economici e tecnologici, il volontariato assume un ruolo sempre più strategico nel rispondere ai bisogni emergenti della comunità. La Toscana, con la sua storica tradizione di partecipazione civica e associazionismo, rappresenta un contesto privilegiato per analizzare queste dinamiche. L'indagine è stata realizzata attraverso la somministrazione di un questionario strutturato, articolato in quattordici domande che esplorano diversi aspetti del fenomeno. I risultati quantitativi ottenuti permettono di delineare tendenze significative e di fornire un supporto empirico per la comprensione delle interconnessioni tra le diverse dimensioni analizzate. La sequenza delle aree tematiche del questionario riflette un preciso disegno analitico: Come stanno i toscani 3

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La prima sezione esplora il benessere soggettivo e le condizioni di vita della popolazione toscana, analizzando i livelli di stress emotivo, la solitudine percepita, la pressione economica e le barriere che impediscono alle persone di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà. Questa base conoscitiva è essenziale per comprendere il contesto sociale nel quale opera il volontariato e le ragioni profonde che rendono necessario il suo intervento. Fiducia, conflitti e convivenza La seconda area misura la fiducia interpersonale e istituzionale, la percezione dei conflitti sociali e la qualità della convivenza civile. Comprendere come i toscani percepiscono le tensioni tra generazioni, tra gruppi sociali e tra il mondo digitale e quello reale consente di inquadrare il volontariato come potenziale risposta ai processi di frammentazione e polarizzazione della società. Volontariato e partecipazione La terza sezione affronta il tema centrale dell'indagine: il riconoscimento sociale del volontariato, la disponibilità dei cittadini all'impegno civico, i bisogni percepiti come più urgenti e le attese nei confronti della politica. Il collegamento con le aree precedenti è diretto: il volontariato rappresenta una delle risposte più concrete e radicate alla sofferenza sociale e alla crisi della fiducia. Giovani, territori e opportunità La quarta area si concentra sulle difficoltà specifiche che i giovani toscani incontrano nel costruire il proprio futuro — lavoro, autonomia, appartenenza — e sulle condizioni che potrebbero favorire la loro partecipazione alla vita della comunità. Questa dimensione è fondamentale per comprendere le prospettive di rinnovamento del volontariato e del tessuto civico regionale. Felicità, benessere e desideri L'ultima sezione esplora i fattori che i toscani considerano determinanti per il proprio benessere e la propria felicità, incluso il ruolo delle relazioni personali e dell'impegno per gli altri. In un'epoca in cui i media digitali ridefiniscono le modalità di incontro e connessione tra le persone, comprendere cosa rende le persone soddisfatte diventa cruciale per 4

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valorizzare il contributo del volontariato come forma di relazione autentica e significativa. L'analisi integrata delle cinque aree tematiche permette di cogliere le complesse interrelazioni tra condizioni di vita, fiducia sociale, impegno civico, dinamiche generazionali e aspirazioni individuali. Solo attraverso una lettura trasversale dei risultati è possibile comprendere appieno il fenomeno del volontariato nella sua dimensione sociale, politica e culturale. 5

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Capitolo 1 Toscana sotto pressione: paure e difficoltà a chiedere aiuto L'analisi delle condizioni di vita e del benessere soggettivo dei toscani restituisce un quadro segnato da una diffusa tensione emotiva. La prima sezione dell'indagine ha esplorato la frequenza con cui i cittadini sperimentano una serie di sentimenti negativi e positivi, le principali fonti di preoccupazione, la tenuta economica delle famiglie e le ragioni che impediscono a chi è in difficoltà di chiedere aiuto. I dati, considerati nel loro insieme, disegnano una società che regge, ma che porta con sé un carico crescente di ansia, frustrazione e solitudine. 1.1. IL PESO EMOTIVO DEL QUOTIDIANO Il grafico che apre questo capitolo mostra la quota di popolazione toscana che negli ultimi dodici mesi ha vissuto con frequenza — spesso o sempre — una serie di sentimenti tra loro molto diversi. La scelta di isolare queste due modalità di risposta non è casuale: «spesso» e «sempre» indicano un'esperienza emotiva che non è episodica o occasionale, ma strutturale, radicata nel vissuto quotidiano. È su questa dimensione che si misura il vero peso emotivo della vita contemporanea. Il sentimento più diffuso è la preoccupazione per il futuro, provata “spesso” o “sempre” dal 48,0% degli intervistati — quasi un toscano su due. È un dato che colpisce per la sua ampiezza: non si tratta di un'ansia circoscritta a un momento di crisi o a una fascia sociale specifica, ma di uno stato d'animo che attraversa trasversalmente la popolazione e che segnala un deficit profondo di prospettiva e di sicurezza. Subito dietro si colloca lo stress o l'ansia, vissuti con la stessa frequenza dal 44,0% dei toscani: con quattro punti in meno della preoccupazione per il futuro, ma pur sempre una quota molto elevata che disegna una società esposta a livelli di tensione psicologica ben superiori alla norma. Frustrazione e rabbia seguono con il 32,3% ciascuna — un dato che merita attenzione non solo per la sua entità, ma per la sua simmetria: i due sentimenti si equivalgono quasi perfettamente, come se la frustrazione — il blocco, l'impotenza — e la rabbia — la reazione attiva, la protesta interiore — fossero due facce della stessa moneta, due risposte diverse allo stesso disagio di fondo. 6

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Il dato più significativo, però, emerge dal confronto tra i sentimenti negativi e quello positivo incluso nella batteria. La fiducia e l'ottimismo per il futuro sono vissuti con frequenza solo dal 25,8% dei toscani — meno di uno su quattro. Questo significa che la preoccupazione per il futuro è quasi doppia rispetto alla fiducia nel futuro: 47,6% contro 25,8%. Non si tratta di una semplice prevalenza del negativo sul positivo, ma di uno squilibrio strutturale che descrive una comunità in cui le emozioni che pesano superano nettamente quelle che sostengono. Figura 1. Quota di toscani che prova «spesso» o «sempre» i seguenti sentimenti (valori percentuali; somma delle modalità «Spesso» e «Sempre») Il dato complessivo sulla preoccupazione per il futuro — già di per sé elevato — si trasforma in un segnale ancora più preciso quando viene analizzato per classe d'età. L'incrocio rivela una frattura generazionale netta e significativa: la preoccupazione per il futuro non è distribuita in modo uniforme nella società toscana, ma pesa in modo sproporzionato sulle generazioni più giovani. Tra i 18 e i 29 anni, il 57,9% degli intervistati dichiara di sentirsi preoccupato per il futuro spesso o sempre — quasi sei giovani su dieci. Un dato già di per sé molto alto, ma che diventa ancora più significativo quando si guarda alla sua composizione: il 21,1% prova questo sentimento «sempre», una frequenza che non conosce pause né tregue. Si tratta di quasi il quintuplo rispetto agli over 65, dove la componente «sempre» si ferma al 4,3%. La preoccupazione giovanile non è un episodio, non è la 7

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reazione occasionale a una notizia o a un momento difficile: è uno stato di fondo, una condizione permanente dell'esistenza. Scendendo lungo la scala anagrafica il quadro cambia radicalmente. Tra i 30-54enni la quota di preoccupati frequenti rimane alta (56,5%), quasi in linea con i giovani, a confermare che la fascia produttiva della popolazione porta anch'essa un carico di ansia significativo — probabilmente alimentato dalle responsabilità familiari, dalle incertezze lavorative e dal dover costruire un futuro concreto per i propri figli. Il salto avviene nella fascia 55-64 anni, dove la quota scende al 37,0%, e ancor più tra gli over 65, dove si ferma al 32,3%. Come interpretare questo gradiente generazionale? Una prima lettura è strutturale: chi ha già costruito la propria vita — chi ha una casa, una pensione, una famiglia formata — ha meno ragioni oggettive per preoccuparsi del futuro perché il futuro, in gran parte, è già diventato presente. I giovani, al contrario, devono ancora costruire tutto in un contesto economico e sociale che offre meno certezze di quanto ne offrisse alle generazioni precedenti: lavoro precario, affitti inaccessibili, percorsi di vita non lineari. La preoccupazione giovanile è dunque, almeno in parte, una risposta razionale a condizioni oggettive di incertezza. C'è però una seconda lettura, meno ovvia ma forse più profonda. Il 21,1% di giovani che prova preoccupazione «sempre» suggerisce qualcosa che va oltre la razionalità economica: uno stato d'animo cronico, una difficoltà a proiettarsi in avanti con fiducia. In questo senso, la preoccupazione giovanile non è solo il sintomo di una condizione difficile, ma il segnale di una frattura culturale e psicologica che merita attenzione al di là delle politiche economiche. Figura 1b. Preoccupazione per il futuro per classe d'età (quota che risponde «Spesso» o «Sempre»; valori percentuali) 8

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Accanto alla dimensione generazionale, l'analisi per genere introduce un'ulteriore asimmetria nel vissuto della preoccupazione. Anche tra uomini e donne il divario è reale e significativo, sebbene più contenuto rispetto a quello per età: il 51,9% delle donne prova preoccupazione per il futuro spesso o sempre, contro il 42,9% degli uomini — quasi nove punti percentuali di differenza. La chiave di lettura più rivelante non è però nel totale, ma nella componente «sempre». Tra le donne il 15,3% convive con la preoccupazione in modo costante e ininterrotto, quasi il doppio rispetto agli uomini, che si fermano all'8,1%. Questa forbice nella modalità più intensa — il «sempre», non il semplice «spesso» — segnala che per una quota rilevante di donne toscane la preoccupazione non è un'emozione occasionale o periodica, ma uno stato cronico che accompagna stabilmente la quotidianità. Le ragioni di questo divario di genere sono molteplici e si intrecciano. Le donne sono più esposte alla precarietà lavorativa, in particolare nelle forme di lavoro part-time involontario e nei settori a bassa tutela; portano una quota sproporzionata del lavoro di cura familiare, spesso invisibile e non riconosciuto; e affrontano con maggiore frequenza la difficoltà di conciliare lavoro, famiglia e tempo personale. Letti insieme, il dato generazionale e quello di genere disegnano i contorni di una preoccupazione che non è democraticamente distribuita: pesa di più sui giovani e sulle donne, su chi sta ancora costruendo il proprio futuro o su chi lo fa con meno risorse e meno protezioni. Due dimensioni di vulnerabilità che il volontariato e le politiche sociali non possono ignorare. Figura 1c. Preoccupazione per il futuro per genere (quota che risponde «Spesso» o «Sempre»; valori percentuali) 9

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1.2. LE FONTI DELLA PREOCCUPAZIONE: ECONOMIA E SALUTE Se il paragrafo precedente ha misurato l'intensità emotiva della preoccupazione, questo si sofferma sul suo contenuto: di cosa si preoccupano concretamente i toscani? La risposta è concentrata attorno a due grandi poli che, sommati insieme, raccolgono quasi la metà di tutte le risposte e descrivono con precisione il perimetro dell'ansia quotidiana di questa regione. La situazione economica personale o familiare è la preoccupazione più citata, con il 23,5%. A distanza di appena due decimi di punto si colloca la salute e il benessere proprio o dei propri cari (23,3%). I due temi sono di fatto in parità statistica, e la loro somma — 46,8% — descrive una società in cui quasi un toscano su due porta con sé ogni giorno un peso che riguarda i fondamentali della vita: il denaro per arrivare a fine mese o la salute di chi si ama. Non preoccupazioni astratte o ideologiche, ma vissuti materiali, concreti, spesso silenziosi. Al terzo posto si colloca il futuro dei figli e dei giovani, con il 15,0%: una voce che non riguarda solo i genitori, ma che esprime una preoccupazione collettiva per la capacità di questa società di offrire prospettive alle nuove generazioni. Insieme alla situazione generale del Paese — al quarto posto con il 13,3% — compone un blocco di preoccupazioni che guarda oltre il proprio orizzonte immediato, verso il futuro della comunità nel suo insieme. Le preoccupazioni legate al lavoro (8,5%), alla sicurezza personale (7,0%) e al clima (5,3%) seguono a distanza, segnalando temi reali ma percepiti come secondari rispetto all'urgenza economica e sanitaria. Vale la pena notare che il cambiamento climatico, pur dominante nel dibattito pubblico e mediatico, è la fonte di preoccupazione principale solo per un toscano su venti — un dato che invita a riflettere sul divario tra la rilevanza che i media attribuiscono a certi temi e il peso che questi hanno effettivamente nella gerarchia delle preoccupazioni quotidiane. In fondo al grafico, evidenziato in verde, il 4,3% che dichiara di non avere nessuna preoccupazione particolare. Una quota esigua — meno di uno su venti — ma non priva di significato: segnala che esiste una fascia di popolazione che si percepisce al riparo dalle ansie che attraversano la maggioranza dei propri concittadini. Un dato di relativo conforto in un quadro dominato dalla pressione emotiva. 10

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Figura 2. Principale fonte di preoccupazione oggi (singola risposta; valori percentuali) L'analisi per genere della stessa domanda arricchisce il quadro con divergenze significative che rivelano come uomini e donne abitino spazi emotivi e di preoccupazione parzialmente diversi, pur condividendo le stesse grandi ansie di fondo. Il divario più ampio riguarda la situazione generale del Paese. Per gli uomini è la seconda preoccupazione in assoluto, indicata dal 20,2% degli intervistati; per le donne scende al 6,4%, un valore quasi quattro volte inferiore. Si tratta dello scarto più netto dell'intera tavola — ben 13,8 punti percentuali — e descrive due modi molto diversi di leggere la propria vita: gli uomini tendono a proiettare l'ansia sulla dimensione politica e collettiva, sulla traiettoria del Paese come entità astratta; le donne concentrano la preoccupazione sulla concretezza della vita quotidiana e delle relazioni. Il secondo divario rilevante va nella direzione opposta ed è altrettanto significativo. La salute e il benessere proprio o dei propri cari è la prima preoccupazione delle donne (27,2%) e soltanto la terza degli uomini (19,2%), con una differenza di 8,0 punti. Le donne sono tradizionalmente le custodi della salute familiare — quelle che organizzano le visite mediche, che si accorgono per prime dei sintomi, che portano il carico emotivo della malattia altrui. Questo ruolo di cura si traduce in una presenza più acuta della dimensione sanitaria nella mappa delle preoccupazioni. 11

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Anche il futuro dei figli e dei giovani pesa di più sulle donne (17,8%) che sugli uomini (12,1%), con uno scarto di quasi sei punti: un'altra manifestazione del maggiore coinvolgimento femminile nella sfera della cura e delle relazioni familiari. La preoccupazione economica, invece, è condivisa in modo più equo — 24,8% le donne contro 22,2% gli uomini — a conferma che la pressione sul reddito è un'esperienza trasversale che attraversa entrambi i generi con intensità simile. Lavoro, sicurezza e clima mostrano scarti minimi e non significativi. Letti insieme, questi dati disegnano due geografie della preoccupazione distinte ma complementari: gli uomini guardano al Paese e alla scena pubblica, le donne alla salute, alla famiglia e al futuro dei figli. Non si tratta di una differenza di sensibilità o di maturità civica, ma del riflesso di ruoli sociali ancora molto differenziati, che distribuiscono in modo asimmetrico le responsabilità di cura e la partecipazione alla vita collettiva. Figura 2b. Principale fonte di preoccupazione per genere (singola risposta; valori percentuali) L'analisi per classe d'età completa il quadro e rivela la terza dimensione di questa mappa delle preoccupazioni: quella generazionale. Ogni fascia d'età porta con sé un'agenda emotiva diversa, riflesso diretto della fase della vita in cui si trova e delle sfide concrete che deve affrontare. Il lavoro è la preoccupazione distintiva dei giovani tra i 18 e i 29 anni, indicato dal 22,8% come fonte principale di ansia. Si tratta del 12

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valore più alto in assoluto per questa voce — più del doppio rispetto ai 30- 54enni (10,2%) e praticamente assente nelle fasce più anziane (4,1% tra i 55-64enni, zero tra gli over 65). Non sorprende: per chi è all'inizio della vita adulta, trovare un lavoro stabile e soddisfacente è il primo banco di prova dell'autonomia, e in un mercato del lavoro caratterizzato da precarietà, bassi salari e contratti a termine, questa scommessa diventa spesso una fonte cronica di ansia. L'economia personale e familiare è invece la preoccupazione più trasversale tra le generazioni più giovani e adulte. Tra i 18-29enni e i 30-54enni si attesta rispettivamente al 28,1% e al 28,2% — valori quasi identici che indicano come la pressione economica accompagni sia chi sta costruendo la propria indipendenza sia chi porta il peso di una famiglia già formata. Il dato scende sensibilmente con l'età: 20,5% tra i 55-64enni e 14,0% tra gli over 65, a riflettere condizioni patrimoniali mediamente più consolidate e la progressiva sostituzione del reddito da lavoro con quello pensionistico. La salute segue una traiettoria esattamente inversa: è la preoccupazione di appena l'8,8% dei giovani — comprensibilmente, dato che a quell'età il corpo raramente impone la propria presenza come fonte di ansia — ma sale al 20,9% tra i 30-54enni, al 31,5% tra i 55-64enni e al 30,1% tra gli over 65. Con l'avanzare dell'età, la salute — propria e dei propri cari — diventa il pensiero dominante, scalzando tutte le altre preoccupazioni. Un ultimo elemento merita attenzione: il futuro dei figli e dei giovani è quasi assente nell'agenda dei 18-29enni (8,8%) — come è naturale, per chi non ha ancora figli — ma cresce significativamente tra i 30-54enni (14,7%) e raggiunge il picco tra i 55-64enni (19,2%), la generazione che sta vivendo in prima persona le difficoltà dei propri figli adulti nel costruirsi un futuro. Il quadro per classe d'età, insomma, non descrive solo chi soffre di più, ma racconta le preoccupazioni specifiche di ciascuna fase della vita: il lavoro che non c'è per i giovani, i conti che non tornano per gli adulti, la salute che vacilla per gli anziani. 13

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Figura 2c. Principale fonte di preoccupazione per classe d'età (singola risposta; valori percentuali) 1.3. I REDDITI SOTTO TENSIONE Se la preoccupazione economica è la fonte di ansia più diffusa tra i toscani, i dati sul reddito percepito ne spiegano il perché con una precisione quasi matematica. La domanda è diretta e senza mediazioni: il proprio reddito è sufficiente per sostenere l'attuale costo della vita? La risposta complessiva divide la Toscana in due blocchi distinti, separati da una linea che corre tra chi ce la fa e chi non riesce. Il 60,6% dei toscani dichiara un reddito sufficiente, ma con sfumature molto diverse al proprio interno. Solo l'11,8% — poco più di uno su dieci — si sente del tutto tranquillo dal punto di vista economico, con un reddito pienamente adeguato al costo della vita. La grande maggioranza di chi «ce la fa» lo fa con qualche sforzo: il 48,8% dichiara un reddito abbastanza sufficiente, una risposta che nasconde spesso aggiustamenti quotidiani, rinunce silenziose e una gestione attenta che non ammette imprevisti. Sul lato opposto si collocano il 39,5% dei toscani in difficoltà economica reale, pari a circa 1,5 milioni di persone. Il 33,5% fatica 14

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ad arrivare a fine mese pur avendo un reddito appena sufficiente: una condizione di equilibrio precario, in cui basta un imprevisto — una spesa medica, un guasto all'auto, un mese di bollette più alte — per scivolare verso il rosso. Il 6,0% è già oltre quella soglia: il reddito non è per nulla sufficiente, e la difficoltà economica è una realtà quotidiana e concreta, non una preoccupazione astratta. La quota-parte di popolazione che sta in questa situazione molto critica rappresenta 220mila persone circa. Questi dati acquistano ancora più peso se letti in parallelo con quanto emerso nel paragrafo precedente: la preoccupazione economica personale o familiare è la fonte di ansia principale per il 23,5% dei toscani, ma la quota di chi è effettivamente in difficoltà è quasi il doppio — il 39,5%. Ciò significa che molti di coloro che «reggono» lo fanno con un margine così sottile da non percepirsi ancora in difficoltà, ma da vivere comunque in uno stato di tensione latente che alimenta il generale senso di preoccupazione rilevato nel paragrafo 1.1. Il grafico rende visibile questa frattura con immediata chiarezza: il blocco verde a sinistra — chi riesce — e il blocco arancione-rosso a destra — chi fatica o non ce la fa — dividono la Toscana in due realtà che convivono nello stesso territorio ma che sperimentano la vita quotidiana in modo radicalmente diverso. Non è una crisi acuta, ma una fragilità diffusa e strutturale che logora nel tempo, consuma le energie e alimenta quell'ansia cronica che i dati emotivi del paragrafo 1.1 hanno già fotografato con precisione. Figura 3. Il reddito è sufficiente per sostenere l'attuale costo della vita? (singola risposta; valori percentuali) L'incrocio per genere rivela che la fragilità economica non è distribuita equamente tra uomini e donne: le seconde la vivono con un'intensità significativamente maggiore, in ogni sua sfumatura. 15

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Il 44,5% delle donne dichiara un reddito insufficiente a sostenere il costo della vita — tra chi fatica ad arrivare a fine mese (37,1%) e chi non ce la fa per nulla (7,4%). Tra gli uomini la quota scende al 34,3%: un divario di oltre 10 punti percentuali che non è una sfumatura statistica, ma uno specchio delle disuguaglianze strutturali che attraversano il mercato del lavoro e la vita familiare. Le donne guadagnano mediamente meno degli uomini — per via del gender pay gap, della maggiore concentrazione in settori a bassa retribuzione e del ricorso più frequente al part-time spesso involontario. Portano un carico di lavoro di cura non retribuito che sottrae tempo ed energia al lavoro remunerato. E quando il nucleo familiare si rompe — per separazione, vedovanza, genitorialità solitaria — sono molto più spesso loro a restare con un reddito ridotto e responsabilità invariate. Tutti questi fattori si sommano e si traducono nel dato che il grafico mostra con immediatezza: la barra delle donne è visibilmente più arancione e rossa di quella degli uomini. Anche tra chi «ce la fa», la qualità dell'equilibrio è diversa. Il 53,0% degli uomini dichiara un reddito abbastanza sufficiente, contro il 44,6% delle donne. E mentre il 12,6% degli uomini si sente del tutto tranquillo economicamente, tra le donne questa quota scende al 10,9%. In altre parole, non solo le donne soffrono di più la difficoltà: anche quando non sono in difficoltà, godono di meno serenità economica. Il margine è più sottile, la sicurezza meno solida. Figura 3b. Sufficienza del reddito per genere (singola risposta; valori percentuali) 16

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1.4. IL SILENZIO DEL BISOGNO Una delle evidenze più significative dell'indagine riguarda la diffusione di un fenomeno difficilmente misurabile: quello del bisogno silenzioso, ovvero la condizione di chi si trova in difficoltà senza riuscire a chiedere aiuto. Alla domanda se conoscano persone in questa situazione, i toscani si dividono quasi esattamente a metà: il 45,3% risponde affermativamente, il 46,0% negativamente, con un 8,8% che preferisce non rispondersi o non sa. Il dato è di per sé rivelatore: quasi uno su due toscani ha nel proprio cerchio di conoscenze qualcuno che ha vissuto o sta vivendo difficoltà in silenzio. Se si considera che le reti sociali tendono a sovrapporsi e che alcune situazioni di fragilità rimangono invisibili anche ai più vicini, si può ragionevolmente ipotizzare che il fenomeno sia più esteso di quanto i numeri suggeriscano. Tra chi conosce queste situazioni di bisogno silenzioso, la domanda sugli ostacoli che impediscono di chiedere aiuto rivela un dato di straordinaria importanza: il primo freno non è la mancanza di servizi, né la difficoltà di accesso, ma un fattore culturale e psicologico. La vergogna o l'imbarazzo è indicata da oltre la metà dei rispondenti (54,7%) come principale ostacolo, seguita dalla difficoltà di sapere a chi rivolgersi (35,4%) e dalla paura del giudizio altrui (24,9%). Questi tre fattori – vergogna, disorientamento e timore del giudizio – compongono insieme un muro invisibile ma potente, che separa le persone in difficoltà dalle risorse e dai sostegni disponibili. Gli ostacoli di natura più pratica, come la sfiducia nei servizi (19,9%), le difficoltà di accesso fisico (15,5%) o la mancanza di informazioni (9,9%), risultano comparativamente meno determinanti. Per il volontariato e il terzo settore questi dati hanno implicazioni dirette e urgenti. La capacità di intercettare il bisogno silenzioso, di abbattere le barriere della vergogna e di orientare le persone verso le risorse disponibili rappresenta una delle funzioni più preziose e meno sostituibili dell'impegno civico. Il volontario che opera nel territorio, che conosce le persone e che sa come avvicinarsi senza far sentire in imbarazzo chi è in difficoltà, è una figura che nessun sistema burocratico può rimpiazzare. 17

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Figura 5. Ostacoli principali che impediscono di chiedere aiuto (tra chi conosce persone in difficoltà silenziose; max 2 risposte; valori percentuali) L'analisi per titolo di studio degli ostacoli al chiedere aiuto, sebbene sia una proxy, nel senso che il titolo di studio esaminato non è quello di chi non chiede aiuto, ma di coloro che conoscono persone che non chiedono aiuto. È una proxy perché implica che coloro i quali hanno un titolo di studio più alto sono portati ad avere un giro di frequentazione più alto, per questa ragione è utile considerare questo incrocio tra titolo di studio e ostacoli che 18

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si frappongono alla richiesta di bisogno. Qui si rivela un meccanismo di svantaggio cumulativo che merita particolare attenzione. La vergogna e l'imbarazzo crescono all'abbassarsi del livello di istruzione in modo sistematico: dal 50,0% dei laureati al 57,3% dei diplomati fino al 61,5% di chi ha la sola scuola dell'obbligo. Ma è leggendo questo dato insieme al suo opposto speculare che emerge il quadro più preoccupante. Chi ha meno istruzione non solo prova più vergogna, ma sa anche meno dove andare: solo il 23,1% degli intervistati con scuola dell'obbligo indica come ostacolo il non sapere a chi rivolgersi, quasi la metà rispetto ai laureati (38,9%). Questo apparente paradosso si spiega con il fatto che chi ha più istruzione è consapevole dell'esistenza di servizi e reti di supporto, e quindi riconosce come freno il non sapervi accedere; chi ha meno istruzione, invece, spesso non sa nemmeno che tali risorse esistano, e dunque non le percepisce come un'opportunità mancata. Le persone con titolo di studio più basso mostrano livelli più elevati anche su quasi tutti gli altri ostacoli: la paura del giudizio altrui (30,8% contro 22,2% dei laureati), la sfiducia nei servizi di assistenza (30,8% contro 18,1%) e le difficoltà pratiche di accesso come orari e distanza (23,1% contro 18,1%). Si configura così una doppia trappola: più si è fragili socialmente, più è difficile superare la soglia della vergogna, e meno si dispone degli strumenti — informativi, relazionali, pratici — per trovare un aiuto. È proprio in questo spazio di vulnerabilità moltiplicata che il volontariato di prossimità può svolgere un ruolo insostituibile, abbassando le barriere dell'accesso attraverso la conoscenza diretta delle persone e dei territori. Figura 5b. Ostacoli al chiedere aiuto per titolo di studio (tra chi conosce persone in difficoltà silenziose; max 2 risposte; valori percentuali) 19

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Capitolo 2 Una società più conflittuale: crisi della convivenza La percezione di un clima sociale più teso e conflittuale rispetto al passato è uno dei dati più significativi che emergono dall'indagine 2026. Ai toscani è stato chiesto di indicare i contesti in cui avvertono oggi una maggiore conflittualità: i risultati restituiscono un quadro in cui le tensioni attraversano trasversalmente la società, toccando la sfera identitaria, quella politica, quella economica e persino il confine sempre più poroso tra il mondo digitale e quello reale. Prima di entrare nell'analisi dei singoli contesti, vale la pena sottolineare un dato di cornice: solo il 3,5% degli intervistati afferma di non percepire un clima particolarmente conflittuale. La quasi totalità della popolazione toscana, dunque, avverte una qualche forma di tensione sociale crescente, il che rende questo fenomeno non un'opinione minoritaria ma una percezione diffusa e strutturata. 2.1. TENSIONI SU IMMIGRAZIONE, POLITICA E DISUGUAGLIANZE Il contesto in cui si percepisce la maggiore conflittualità è quello dei rapporti tra italiani e stranieri, indicato dal 34,3% degli intervistati. Si tratta del primo segnale di un'Italia — e di una Toscana — in cui la questione migratoria non è solo un tema di dibattito politico ma una dimensione vissuta e percepita nella quotidianità, capace di generare tensioni reali o almeno la sensazione diffusa che il tessuto della convivenza sia più fragile che in passato. Quasi sullo stesso piano si collocano i rapporti politici tra schieramenti diversi (32,5%), a conferma di una polarizzazione politica che non si esaurisce nelle aule parlamentari ma si riversa nella vita sociale, nei rapporti tra amici, colleghi e familiari. La politica, da spazio di mediazione e costruzione del bene comune, sembra essersi trasformata in molti casi in un terreno di contrapposizione identitaria, dove chi pensa diversamente non è semplicemente un avversario ma quasi un nemico. Questo dato si connette direttamente alla crisi di fiducia nelle istituzioni emersa in altri punti dell'indagine: quando la politica genera più divisione che coesione, la sfiducia nei confronti di chi la rappresenta è una conseguenza quasi inevitabile. 20

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Al terzo posto, con il 29,5%, si colloca un contesto che merita una riflessione autonoma: la frattura percepita tra i social media e il mondo reale. I toscani avvertono come fonte di conflittualità non solo le divisioni tra persone o gruppi sociali, ma il modo in cui la dimensione digitale distorce, amplifica e talvolta contrappone le relazioni che avvengono nella realtà fisica. È un segnale importante, che anticipa la discussione sul ruolo del digitale nella vita sociale e che tornerà con forza nel quinto capitolo dell'indagine. La disuguaglianza economica è la quarta fonte di conflittualità percepita, con il 24,5% degli intervistati che indica i rapporti tra ricchi e poveri come contesto di tensione crescente. In un quadro in cui, come abbiamo visto nel capitolo precedente, quasi il 40% dei toscani fatica ad arrivare a fine mese, non sorprende che le differenze di reddito e di condizione economica siano vissute come un fattore di frattura sociale. La disuguaglianza, quando supera una certa soglia, smette di essere un dato statistico e diventa un'esperienza emotiva di ingiustizia percepita. Figura 6. Contesti in cui si percepisce un clima più conflittuale rispetto al passato (max 2 risposte; valori percentuali) L'analisi per genere rivela che uomini e donne percepiscono la conflittualità sociale attraverso lenti sensibilmente diverse, con scarti che in alcuni casi raggiungono dimensioni molto significative. Gli uomini indicano in misura molto più accentuata il conflitto politico tra schieramenti (39,4% contro il 21

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25,7% delle donne, uno scarto di quasi 14 punti) e la tensione tra italiani e stranieri (36,4% contro 32,2%), oltre alla contrapposizione tra ricchi e poveri (29,8% contro 19,3%). Queste tre dimensioni — politica, migrazione, disuguaglianza — compongono una lettura del conflitto centrata sulle grandi fratture strutturali della società, su ciò che avviene nello spazio pubblico e nel dibattito nazionale. Le donne, al contrario, tendono a percepire la conflittualità in contesti più prossimi e relazionali. La frattura tra il mondo dei social media e la realtà è indicata dal 33,2% delle intervistate contro il 25,8% degli uomini; ancora più marcato è il divario sui rapporti di vicinato e nella vita quotidiana (15,8% le donne contro appena il 5,1% degli uomini) e sui conflitti interni alla generazione giovanile (21,8% contro 14,6%). Emerge così una geografia del conflitto percepito fortemente differenziata per genere: gli uomini guardano alle fratture macro, le donne colgono con maggiore sensibilità le tensioni nei rapporti interpersonali e nelle dinamiche sociali di prossimità. Figura 6b. Contesti di conflitto percepito per genere (max 2 risposte; valori percentuali) L'incrocio con il titolo di studio aggiunge un'ulteriore dimensione interpretativa, e lo fa con un dato di particolare rilevanza. La tensione nei rapporti tra italiani e stranieri è percepita in modo crescente all'abbassarsi del livello di istruzione: dal 35,0% dei laureati si sale al 32,2% dei diplomati fino al 42,1% di chi ha la sola scuola dell'obbligo. Non è un risultato inatteso — è noto che la percezione negativa dell'immigrazione tende a essere più 22

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diffusa tra i ceti meno istruiti — ma la sua entità (sette punti percentuali in più rispetto ai laureati) segnala quanto il tema dell'integrazione e della convivenza con gli stranieri rimanga un nodo irrisolto soprattutto per le fasce sociali più esposte alla competizione economica e meno dotate di strumenti culturali per elaborare la complessità. Il conflitto politico tra schieramenti è invece avvertito con maggiore intensità dai laureati (36,3%) rispetto ai diplomati (29,8%) e a chi ha la scuola dell'obbligo (31,6%). Questo dato, apparentemente controintuitivo, si spiega probabilmente con il fatto che chi ha un livello di istruzione più elevato è più esposto al dibattito politico — attraverso la lettura di giornali, la partecipazione a discussioni strutturate, l'uso consapevole dei media — e dunque avverte con maggiore acuità le tensioni che lo attraversano. La frattura digitale, infine, è percepita più dai laureati (32,5%) che dai diplomati (27,8%) e da chi ha la scuola dell'obbligo (26,3%), probabilmente perché i più istruiti sono anche i più presenti e consapevoli nelle piattaforme digitali, e dunque in grado di nominare con precisione la dissonanza tra quello spazio e il mondo reale. Complessivamente, i dati per titolo di studio confermano che la percezione del conflitto sociale non è uniforme ma si modula profondamente in base alle risorse culturali e alla posizione sociale di ciascuno. Figura 6c. Contesti di conflitto percepito per titolo di studio (max 2 risposte; valori percentuali) 23

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2.2. IL DIGITALE COME NUOVO TERRENO DI CONFLITTO Il 29,5% dei toscani che indica la frattura tra social media e mondo reale come fonte di conflittualità merita un approfondimento specifico. Non si tratta di una semplice critica alla tecnologia o alla sua diffusione, ma del riconoscimento di un fenomeno più profondo: il fatto che le piattaforme digitali abbiano creato uno spazio parallelo di relazioni, opinioni e identità che sempre più fatica a integrarsi con la vita concreta delle persone. I social media tendono a premiare la radicalizzazione delle posizioni, la contrapposizione netta, la semplificazione dei messaggi. Nella vita reale, invece, la convivenza richiede compromesso, ascolto, ambiguità tollerata. Quando queste due logiche si scontrano — e sempre più spesso lo fanno — il risultato è una sensazione di scollamento, di vivere in due realtà parallele che non riescono a parlarsi. È questa frattura che il 29,5% dei toscani ha saputo nominare con precisione, e che rappresenta uno dei tratti più originali e rilevanti del clima sociale percepito nel 2026. Questo dato va letto anche in connessione con le tensioni politiche: la polarizzazione degli schieramenti (32,5%) non è indipendente dalla logica dei social media, che spinge verso la formazione di "bolle" informative in cui ciascuno è esposto principalmente a contenuti che confermano le proprie convinzioni. Il conflitto politico e il conflitto digitale si alimentano a vicenda, creando un circolo vizioso che erode progressivamente gli spazi di dialogo e di mediazione. Le implicazioni per il volontariato e il terzo settore sono dirette. In un contesto sociale segnato da queste fratture — identitarie, politiche, economiche, digitali — il volontariato rappresenta uno dei pochi spazi in cui persone diverse si incontrano fisicamente, lavorano fianco a fianco verso un obiettivo comune e costruiscono relazioni che attraversano le divisioni. È in questo senso che il volontariato può essere considerato non solo una risposta ai bisogni sociali, ma un vero e proprio antidoto alla conflittualità: un luogo dove si pratica concretamente la convivenza che altrove sembra sempre più difficile. 24

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Capitolo 3 Il volontariato come risposta Il terzo capitolo del rapporto si concentra sul cuore dell'indagine: la percezione del volontariato da parte dei toscani, la partecipazione diretta a queste attività, i bisogni sociali ritenuti più urgenti e le aspettative nei confronti della politica. I dati emergono in un contesto già segnato dalla pressione emotiva ed economica rilevata nel primo capitolo e dalla percezione di una società più conflittuale descritta nel secondo. In questo quadro, il volontariato non è solo un tema di indagine: è anche un possibile antidoto, una risposta concreta alle fragilità che i toscani descrivono con crescente preoccupazione. 3.1. COME I TOSCANI VEDONO I VOLONTARI: UN APPREZZAMENTO ALTO La domanda sull'opinione generale verso i volontari è quella che consente il confronto più lungo nel tempo, con rilevazioni che coprono un arco di sei anni, dal 2020 al 2026. I dati della serie storica restituiscono un quadro di ampio e stabile apprezzamento, ma con alcune oscillazioni che meritano attenzione. Nel 2026, il 79,3% dei toscani considera i volontari persone da ammirare che fanno del bene per gli altri. Si tratta di un dato elevato in termini assoluti, che conferma come il volontariato goda in Toscana di un capitale di stima e riconoscimento sociale profondo e radicato. Tuttavia, questo valore segna un calo rispetto al picco del 2025, quando aveva raggiunto l'84,4%, e si colloca al di sotto dei valori del 2022 (83,2%) e del 2021 (79,9%), riportandosi sostanzialmente ai livelli di quell'anno. Come interpretare questa flessione? In primo luogo, è opportuno non sovrastimarla: si tratta comunque di quasi quattro toscani su cinque che esprimono un giudizio di piena ammirazione verso chi fa volontariato, una quota che poche altre categorie sociali o istituzioni potrebbero vantare. In secondo luogo, il calo del 2026 si inserisce in un contesto sociale e emotivo che — come abbiamo visto — è segnato da crescente stress, sfiducia e percezione di conflitto: è possibile che in un clima generale più teso, anche il giudizio verso chi si impegna gratuitamente per gli altri risulti lievemente appannato da una diffusa disillusione. Il rimanente 20,7% si distribuisce tra chi ritiene che i volontari facciano cose positive ma niente di speciale (8,5%), chi li considera persone come tante che fanno cose positive senza particolare merito aggiuntivo (9,0%) e 25

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chi attribuisce il loro impegno a motivazioni personali (3,3%). Questi giudizi «neutralizzanti» — che non negano il valore del volontariato ma ne ridimensionano l'eccezionalità — sono in leggero aumento rispetto al 2025 e segnalano una certa tendenza alla normalizzazione: i volontari vengono percepiti sempre meno come figure eroiche e sempre più come parte ordinaria del tessuto sociale. Si tratta di un processo di maturazione culturale ambivalente: da un lato riduce l'aura mitica, dall'altro può rendere il volontariato più accessibile e meno distante per chi non vi partecipa ancora. Figura 7. Opinioni sui volontari in Toscana (2020–2026) (valori percentuali; singola risposta) L'analisi per classe d'età della stessa domanda rivela tuttavia una crepa significativa in questo quadro di apprezzamento diffuso, e merita una riflessione approfondita. Tra gli intervistati di oltre 65 anni, l'87,1% considera i volontari persone da ammirare; il dato rimane elevato anche tra i 55-64enni (84,9%) e i 30-54enni (79,1%). Ma tra i giovani di 19-29 anni crolla al 59,6%: quasi 28 punti percentuali in meno rispetto agli anziani, e oltre 19 punti in meno rispetto alla media generale. Il divario non è solo quantitativo, ma qualitativo. I giovani che non esprimono piena ammirazione si distribuiscono su tre giudizi alternativi: il 19,3% ritiene che i volontari facciano cose positive ma niente di speciale — una risposta che ridimensiona il merito senza negare l'impegno — il 17,5% li considera persone come tante che fanno cose positive senza un valore aggiunto specifico, e il 3,5% attribuisce il volontariato a motivazioni personali. Complessivamente, quattro giovani su dieci guardano al 26

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volontariato con una lente de-valorizzante o neutrale, lontana dall'ammirazione che caratterizza le generazioni più anziane. Come interpretare questo dato? Una prima lettura potrebbe leggerlo come segnale di disaffezione o cinismo giovanile verso l'impegno gratuito. Ma è probabile che la spiegazione sia più articolata. I giovani crescono in un'epoca in cui il volontariato tende a essere presentato come normale pratica di cittadinanza attiva — nelle scuole, nei percorsi formativi, nel discorso pubblico — e la sua normalizzazione può aver ridotto il senso di eccezionalità che le generazioni più anziane attribuiscono a chi dona il proprio tempo. Parallelamente, i giovani sono anche la fascia più preoccupata per il futuro, più sotto pressione economica e più esposta alla narrativa individualistica dei social media: un contesto che rende meno immediata l'identificazione con valori di gratuità e impegno collettivo. Questo dato è forse il più rilevante dell'intero capitolo per le sue implicazioni strategiche. Se il volontariato toscano non riesce a conquistare il pieno apprezzamento e l'identificazione valoriale delle nuove generazioni, il suo futuro — in termini di ricambio generazionale, di energie fresche e di radicamento culturale — è a rischio. Non si tratta di un'emergenza immediata, ma di un segnale da non ignorare, che chiama il mondo del terzo settore a interrogarsi su come comunicare il senso del proprio impegno in modo più autentico e risonante con la sensibilità giovanile. Figura 7b. Opinione sui volontari per classe d'età (valori percentuali) L'analisi per titolo di studio aggiunge un'ulteriore dimensione interpretativa e restituisce un risultato che va nella direzione opposta rispetto a quanto ci 27

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si potrebbe aspettare. Sono le persone con il livello di istruzione più basso — scuola media o elementare — a esprimere il giudizio più ammirato verso i volontari: l'81,6% li considera persone da ammirare che fanno del bene per gli altri. I diplomati si attestano al 79,5%, mentre i laureati si collocano al valore più basso del gruppo, con il 78,3%. Il gradiente è contenuto in termini assoluti — poco più di tre punti percentuali separano il valore più alto da quello più basso — ma la sua direzione è significativa e merita riflessione. Perché chi ha meno istruzione tende ad ammirare di più i volontari? Una prima spiegazione riguarda la prossimità all'esperienza del bisogno: le persone con titoli di studio più bassi appartengono più spesso a fasce sociali che hanno maggiore familiarità diretta con le difficoltà economiche e con la necessità di aiuto esterno. In questo contesto, il volontario non è una figura astratta o un simbolo culturale, ma qualcuno che è concretamente entrato nella propria vita o in quella di persone care. I laureati, al contrario, mostrano una quota leggermente più elevata di giudizi neutralizzanti: il 10,2% ritiene che i volontari facciano cose positive ma niente di speciale, e un altro 10,2% li equipara a persone come tante che fanno cose positive. Questo non riflette necessariamente una minore stima, ma probabilmente una maggiore tendenza alla razionalizzazione e alla de-eroicizzazione delle figure sociali — un effetto tipico di una formazione culturale più analitica e critica. Figura 7c. Opinione sui volontari per titolo di studio (valori percentuali) 28

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3.2. CHI FA VOLONTARIATO E COME I dati sulla partecipazione effettiva al volontariato confermano che la Toscana rimane una regione con un tasso di impegno civico significativamente superiore alla media nazionale. Complessivamente, il 33,1% degli intervistati dichiara di svolgere attività di volontariato: il 13,3% all'interno di associazioni organizzate — OdV, cooperative sociali e strutture analoghe — e il 19,8% in forma spontanea, al di fuori di contesti associativi formalizzati. Perciò la popolazione che fa volontariato organizzato in Toscana è di circa mezzo milione di persone: un numero estremamente elevato. Il dato sul volontariato spontaneo merita una riflessione specifica. Con il 19,8%, supera nettamente quello organizzato (13,3%) e segnala che una quota rilevante di toscani sceglie di impegnarsi per gli altri in forme informali, non strutturate, lontane dalle logiche associative. Questo fenomeno — spesso invisibile alle rilevazioni amministrative e ai registri del terzo settore — rappresenta un patrimonio di solidarietà diffusa che tende a sfuggire alle statistiche ufficiali. Saperlo riconoscere, valorizzare e, ove possibile, connettere alle reti organizzate è una sfida cruciale per il futuro del terzo settore toscano. Il 67,0% dei toscani (circa 2,5 milioni di persone) non svolge volontariato in nessuna forma. Questo dato — che in valore assoluto rappresenta la maggioranza della popolazione — non va letto come un segnale di disinteresse o apatia. Le ragioni della non partecipazione possono essere molteplici: mancanza di tempo, condizioni di vita che non lo permettono, non aver mai trovato il contesto giusto, o semplicemente non essere mai stati coinvolti. Capire quali ostacoli separano questa vasta platea dal potenziale impegno è una delle domande chiave che il volontariato toscano dovrebbe porsi. È comunque utile un confronto con i dati rilevati nel 2025 con –4,4 punti percentuali nel volontariato organizzato e +5,7 punti percentuali nel volontariato spontaneo e una sostanziale stabilità di chi non fa volontariato. Quindi siamo davanti a una riproporzione relativa tra volontariato organizzato e nelle forme più spontanee, episodiche e occasionali. 29

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Figura 8. Partecipazione al volontariato (valori percentuali) L'analisi per classe d'età della partecipazione al volontariato rivela una fotografia generazionale molto differenziata, con un dato che merita attenzione particolare: quello dei giovani tra i 19 e i 29 anni. In questa fascia il tasso complessivo di partecipazione si ferma al 29,8% — già inferiore a quello dei 30-54enni (35,0%) e degli over 65 (34,5%) — ma è la composizione interna di questo dato a essere davvero significativa. Solo il 3,5% dei giovani fa volontariato in un'associazione organizzata, contro il 14,7% dei 30-54enni, il 15,1% dei 55-64enni e il 15,1% degli over 65. Si tratta di un valore quattro volte inferiore rispetto a tutte le altre fasce d'età, un vuoto che segnala come il volontariato strutturato — quello delle OdV, delle associazioni di promozione sociale, delle cooperative — fatichi enormemente a intercettare e trattenere i giovani. Se l'associazionismo è la spina dorsale del terzo settore toscano, questa cifra pone una domanda diretta sulla sua capacità di rinnovarsi. I giovani non sono assenti dal panorama della solidarietà, ma vi partecipano in modo radicalmente diverso. Con il 26,3%, la fascia 19-29 anni ha il tasso più alto di volontariato spontaneo tra tutte le generazioni — superando i 30-54enni (20,3%), i 55-64enni (13,7%) e gli over 65 (19,4%). I giovani aiutano, si impegnano, si attivano, ma lo fanno al di fuori delle strutture organizzate, preferendo forme fluide, informali e non vincolanti di impegno. È il volontariato dell'urgenza, del passa-parola, dell'iniziativa personale — prezioso, ma difficilmente capitalizzabile in termini di continuità e organizzazione. Questo profilo giovanile — alto spontaneo, bassissimo organizzato — non è una sorpresa per chi conosce la sociologia delle nuove 30

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generazioni. I giovani diffidano delle strutture gerarchiche e delle appartenenze stabili, preferiscono l'impegno puntuale e misurabile al legame associativo di lungo periodo, e vivono il volontariato come esperienza personale più che come militanza collettiva. La sfida per il terzo settore toscano è trovare forme di coinvolgimento che rispettino questa sensibilità senza rinunciare alla costruzione di una base organizzata stabile: progetti a termine ben definiti, ruoli chiari e valorizzanti, percorsi che trasformino l'impegno spontaneo in partecipazione strutturata senza spegnerne l'autenticità. Figura 8b. Partecipazione al volontariato per classe d'età (valori percentuali) L'analisi per titolo di studio rivela un'ulteriore dimensione della partecipazione al volontariato, con un gradiente che questa volta segue la direzione attesa: al crescere dell'istruzione cresce la partecipazione complessiva, ma con una composizione interna che racconta storie diverse. I laureati hanno il tasso di partecipazione totale più alto (34,4%) e si distinguono soprattutto nel volontariato organizzato: il 17,8% è attivo in un'associazione, più del doppio rispetto a chi ha la scuola dell'obbligo (7,9%) e con un vantaggio netto anche sui diplomati (10,7%). Questo dato riflette una correlazione consolidata tra capitale culturale e propensione all'impegno civico strutturato: chi ha più istruzione dispone tendenzialmente di più reti sociali, più fiducia nelle istituzioni e più familiarità con le dinamiche organizzative che caratterizzano il mondo associativo. 31

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Il 73,7% di chi ha la sola scuola dell'obbligo non svolge alcuna attività di volontariato — il valore più alto tra i tre gruppi. Questo dato merita attenzione: le persone meno istruite sono anche, come abbiamo visto, quelle più esposte alla preoccupazione e alla fragilità economica, quelle che più provano vergogna nel chiedere aiuto e che più ammirino i volontari. Eppure, partecipano meno. Non si tratta di indifferenza, ma molto probabilmente di barriere pratiche e culturali all'ingresso: mancanza di tempo, di reti di accesso, di contesti che le raggiungano e le coinvolgano con linguaggi adatti. Ridurre questo gap rappresenta una delle sfide più urgenti per l'inclusività del volontariato toscano. Figura 8c. Partecipazione al volontariato per titolo di studio (valori percentuali) 3.3. ANZIANI, FAMIGLIE FRAGILI, SANITA’: DOVE SERVONO PIÙ VOLONTARI Quando si chiede ai toscani in quali ambiti il contributo dei volontari sia oggi più urgente, le risposte disegnano una mappa dei bisogni sociali percepiti che riflette in modo preciso le fragilità della Toscana contemporanea. La priorità assoluta è il supporto agli anziani soli o non autosufficienti, indicata dal 38,5% degli intervistati: un dato che non sorprende in una regione con un tasso di invecchiamento tra i più elevati d'Italia, dove la solitudine degli anziani — già emersa come tema di preoccupazione nel primo capitolo — si traduce in un bisogno concreto e urgente di presenza, ascolto e assistenza. 32

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Al secondo posto si collocano le emergenze sanitarie e l'assistenza domiciliare alle persone fragili (31,8%), a conferma di come la dimensione della salute — emersa anche come principale fonte di preoccupazione individuale — rimanga un ambito in cui i servizi pubblici da soli non riescono a coprire tutti i bisogni. Il volontariato è percepito come una rete integrativa essenziale, capace di raggiungere chi cade nelle maglie del sistema istituzionale. Il terzo posto va al sostegno alle famiglie in difficoltà (26,3%), seguito dal contrasto alla povertà e all'emarginazione (22,8%). Questi due elementi, letti insieme, segnalano che la percezione dei bisogni prioritari è fortemente centrata sulla fragilità economica — un'eco diretta di quanto emerso nel capitolo precedente con il 39,5% di toscani in difficoltà reddituale. Con il 18,3%, il sostegno ai giovani in difficoltà (dipendenze, né lavoro né studio) si colloca al quinto posto: un segnale che la condizione giovanile, pur molto presente nel dibattito pubblico, non è ancora percepita come la priorità assoluta nell'agenda del volontariato. Più staccati seguono la tutela dell'ambiente (14,8%), la promozione della cultura e dell'educazione (10,8%), l'aiuto ai migranti e l'inclusione sociale (9,8%) e il supporto alle persone con disabilità (8,5%). Quest'ultimo dato — il più basso tra tutti — potrebbe riflettere una minore visibilità del bisogno o una maggiore presenza percepita di altri soggetti (pubblici o privati) in questo ambito. Figura 9. Problemi in Toscana che richiedono con più urgenza il contributo dei volontari (max 2 risposte; valori percentuali) 33

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L'analisi per classe d'età dei bisogni prioritari percepiti restituisce una mappa generazionale molto articolata, in cui accanto alle differenze attese emergono segnali meno scontati che meritano una lettura attenta. Il dato più lineare riguarda il supporto agli anziani: la quota di chi lo indica come priorità cresce con l'età in modo quasi meccanico, passando dal 22,8% dei giovani 19-29 anni al 30,5% dei 30-54enni, al 45,2% dei 55- 64enni fino al 58,1% degli over 65. Più si è vicini alla condizione della vecchiaia — per esperienza diretta o per prossimità familiare — più se ne percepisce l'urgenza. Lo stesso vale, specularmante, per il sostegno ai giovani in difficoltà: il 35,1% dei 19-29enni lo indica come priorità assoluta, un valore più che doppio rispetto a tutte le altre fasce (16,4%, 13,7%, 15,1%). I giovani vedono i bisogni della propria generazione con una nitidezza che le generazioni più anziane non possono avere per definizione. Più sorprendente, e per questo più significativo, è il dato sull'aiuto dei giovani ai migranti e sull'inclusione sociale. Tra i giovani di 19-29 anni il 15,8% lo indica come bisogno urgente per il volontariato — quasi tre volte il valore dei 55-64enni (6,8%) e quasi il triplo degli over 65 (5,4%). Si tratta di un dato che va letto in due chiavi. La prima è generazionale: i giovani crescono in contesti scolastici e sociali più multiculturali, hanno una maggiore familiarità con la diversità e una sensibilità più acuta verso le forme di esclusione che riguardano chi viene da fuori. La seconda chiave è politica: in un'epoca in cui il tema dell'immigrazione polarizza l'opinione pubblica e genera — come abbiamo visto nel Capitolo 2 — la maggiore percezione di conflitto sociale, la generazione più giovane si distingue per una lettura del fenomeno migratorio orientata ai bisogni e alla solidarietà piuttosto che alla contrapposizione. Ancora più significativo, e in qualche misura inquietante, è il dato sul contrasto alla povertà e all'emarginazione tra i giovani. Il 21,1% dei 19-29enni lo indica come priorità — un valore in linea con quello degli over 65 (23,7%) e superiore a quello dei 55-64enni (17,8%). Tradizionalmente i giovani tendono a essere meno sensibili al tema della povertà, percepita come una condizione distante dalla propria esperienza. Il fatto che questa fascia lo percepisca con la stessa urgenza degli anziani è un campanello d'allarme preciso: segnala che la povertà non è più solo una condizione degli ultimi e dei fragili cronici, ma si sta avvicinando alla vita quotidiana anche dei giovani, toccando amici, compagni di studio, famiglie di origine. Il disagio economico che abbiamo misurato nel primo capitolo trova qui una sua conferma generazionale indiretta. Vale infine la pena sottolineare il peso della tutela dell'ambiente tra i giovani (24,6%), quasi il triplo rispetto ai 55-64enni (8,2%) e più del doppio rispetto agli over 65 (10,8%). Non è un bisogno di volontariato sociale in senso stretto, ma la sua rilevanza per la fascia 19-29 indica quanto la 34

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dimensione ambientale sia percepita dai giovani come un'urgenza collettiva che chiama all'impegno diretto, non meno urgente delle fragilità umane. Figura 9b. Problemi urgenti per il volontariato per classe d'età (max 2 risposte; valori percentuali) 3.4. COSA SAREBBE SENZA VOLONTARIATO La domanda su cosa mancherebbe alla comunità toscana se il volontariato non esistesse più è particolarmente rivelatrice, perché mette in luce come i cittadini concepiscono la funzione del volontariato nella società: non come un ornamento culturale o un'attività complementare, ma come un presidio essenziale di welfare e coesione. La risposta più frequente è «un aiuto concreto a chi è in difficoltà» (29,8%), a sottolineare che la prima funzione percepita del volontariato è pratica e materiale: portare supporto diretto a chi ne ha bisogno. Immediatamente dietro, con il 25,5%, si colloca «servizi essenziali che lo Stato non riesce a garantire»: un dato di grande importanza politica, che segnala come una quota significativa di toscani veda il volontariato non come scelta aggiuntiva e liberamente perseguita, ma come sostituto necessario di un welfare pubblico percepito come insufficiente. 35

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La somma di queste due voci — aiuto concreto e supplenza dei servizi pubblici — raccoglie il 55,3% delle preferenze, disegnando un volontariato che nella percezione collettiva ha soprattutto una funzione redistributiva e assistenziale. Le altre funzioni — il presidio vicino ai bisogni reali (10,0%), i legami di solidarietà e coesione (8,3%), l'aiuto in emergenze (8,0%), l'esempio positivo di impegno gratuito (7,8%) e gli spazi per i giovani (4,3%) — raccolgono percentuali più contenute, a indicare che nella gerarchia percepita vengono dopo l'urgenza concreta. Figura 10. Cosa mancherebbe maggiormente alla comunità toscana se il volontariato non esistesse più (singola risposta; valori percentuali) L'analisi per titolo di studio di questa domanda rivela uno dei dati più significativi dell'intera indagine sul piano della giustizia sociale: chi ha meno strumenti culturali ed economici per affrontare le difficoltà è anche chi sentirebbe di più la perdita del volontariato, e lo sentirebbe in modo più immediato e materiale. Tra le persone con la sola scuola dell'obbligo, il 39,5% indica come perdita principale «un aiuto concreto a chi è in difficoltà» — quasi undici punti percentuali in più rispetto ai laureati (29,3%) e agli stessi diplomati (28,3%). Non si tratta di una sfumatura marginale, ma di un divario netto che riflette una differenza profonda nell'esperienza vissuta del volontariato: per chi ha meno istruzione, il volontariato non è una realtà astratta o una 36

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questione di valori civici, ma una presenza concreta e spesso indispensabile nella propria vita o in quella delle persone vicine. Anche il presidio vicino ai bisogni reali è indicato con maggiore frequenza da chi ha la scuola dell'obbligo (13,2%) rispetto ai laureati (9,6%) e ai diplomati (9,8%), a conferma che la funzione di prossimità del volontariato — quella di essere fisicamente presente nei luoghi della fragilità — è percepita come più preziosa da chi ha meno accesso ad altri canali di supporto. Analogamente, gli spazi di impegno per i giovani risultano molto più rilevanti per chi ha la scuola dell'obbligo (10,5%) che per laureati (3,8%) e diplomati (3,4%). Al contrario, i laureati attribuiscono un peso relativamente maggiore alle funzioni simboliche e relazionali del volontariato. I legami di solidarietà e la coesione locale raccolgono il 9,6% tra i laureati contro il 5,3% tra chi ha la scuola dell'obbligo; l'esempio positivo di impegno gratuito vale il 7,6% per i laureati e appena il 2,6% per i meno istruiti. Questi dati non indicano che i laureati siano più distaccati dai bisogni reali, ma che il loro rapporto con il volontariato è mediato anche da una dimensione valoriale e culturale che chi è più esposto alla necessità materiale non può permettersi di mettere al primo posto. Figura 10b. Cosa mancherebbe senza volontariato per titolo di studio (singola risposta; valori percentuali) 37

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3.5. COSA CHIEDE IL VOLONTARIATO ALLA POLITICA L'ultima domanda della sezione sul volontariato chiede ai toscani cosa dovrebbe fare la politica regionale per sostenere e valorizzare l'impegno volontario. Le risposte compongono un'agenda politica chiara e articolata, che mette il riconoscimento simbolico al centro ma non dimentica le esigenze pratiche e materiali. In cima alle priorità si colloca il riconoscimento del valore del tempo e delle competenze donate dai volontari (33,5%): una richiesta che va oltre il sostegno economico e tocca la sfera della dignità e del rispetto. I volontari — e chi parla per loro — chiedono innanzitutto di essere riconosciuti come portatori di competenze reali, non solo di buona volontà, e che il tempo donato venga valorizzato socialmente e istituzionalmente. La seconda priorità è la garanzia di continuità e stabilità nel tempo (31,3%): un tema cruciale per le organizzazioni di volontariato, spesso costrette a operare in condizioni di incertezza finanziaria e programmatica che rendono difficile costruire progetti di medio-lungo periodo. Strettamente connesso è il terzo punto: aumentare i finanziamenti e le risorse per il terzo settore (29,0%), a conferma che la dimensione economica rimane centrale nonostante il primato del riconoscimento simbolico. Il 26,8% chiede alla politica di ascoltare di più i territori e chi fa volontariato prima di prendere decisioni che li riguardano: una richiesta di partecipazione e co-progettazione che segnala una diffusa sensazione di essere esclusi dai processi decisionali. Il 22,5% invoca la semplificazione burocratica — uno dei temi storicamente più sentiti dal mondo associativo — e il 18,8% chiede di essere coinvolto nelle scelte, non solo nell'attuazione delle politiche definite altrove. Solo il 3,8% indica come priorità il rispetto dell'autonomia delle associazioni, un dato basso che potrebbe riflettere una minore preoccupazione per l'interferenza politica rispetto alle esigenze più concrete di risorse, continuità e riconoscimento. Complessivamente, emerge il ritratto di un mondo del volontariato che non chiede di essere lasciato solo, ma di essere preso sul serio: con risorse adeguate, con stabilità programmatica, con ascolto reale e con il rispetto del valore di ciò che fa ogni giorno. 38

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Figura 11. Cosa dovrebbe fare la politica in Toscana per il volontariato (max 2 risposte; valori percentuali) 39

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Capitolo 4 Giovani, territori e opportunità La condizione giovanile in Toscana occupa uno spazio centrale nell'indagine, non solo come categoria demografica ma come termometro dello stato di salute di una società. I giovani sono il punto in cui le tensioni strutturali — economiche, abitative, lavorative — si manifestano con maggiore nitidezza, perché è in questa fase della vita che le promesse del sistema vengono messe alla prova. Questo capitolo esplora le difficoltà che i toscani — di tutte le età — percepiscono come più pesanti per le nuove generazioni, e le condizioni che potrebbero aiutarle a costruire un futuro nella propria regione. 4.1. LE DIFFICOLTÀ SPECIFICHE DEI GIOVANI La domanda sulle difficoltà che pesano di più nel costruire il futuro dei giovani toscani produce una risposta di rara coerenza: tre problemi su sette raccolgono insieme quasi il 130% delle preferenze cumulate — una concentrazione che segnala non una pluralità di ostacoli diffusi, ma un blocco strutturale preciso e identificabile. La difficoltà a raggiungere l'autonomia economica per stipendi troppo bassi è indicata dal 47,8% degli intervistati — quasi uno su due — e si attesta come il problema più urgente percepito dall'intera popolazione toscana per i propri giovani. Non la disoccupazione in senso stretto, ma qualcosa di più sottile e forse più grave: il lavoro c'è, ma non paga abbastanza. Lavorare e non riuscire comunque a costruirsi una vita autonoma è la frustrazione che la maggioranza dei toscani riconosce come il cuore del problema giovanile. Strettamente connessa è la difficoltà a trovare un lavoro stabile e dignitoso (42,3%), che completa il quadro dal lato della qualità occupazionale. Le due voci insieme — bassa retribuzione e instabilità — descrivono un mercato del lavoro che per i giovani fatica a offrire ciò che dovrebbe: non solo un'occupazione, ma un punto di partenza credibile per una vita adulta. Al terzo posto, con il 40,3%, si colloca la precarietà abitativa: affitti alti, difficoltà a trovare casa a prezzi accessibili, impossibilità pratica di andare a vivere da soli. La casa chiude la triade e ne rivela la logica interna: stipendi bassi + lavoro instabile + affitti inaccessibili formano un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Non si può permettersi casa senza un reddito adeguato, non si può costruire stabilità lavorativa senza un punto 40

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d'appoggio abitativo, non si può progettare una famiglia senza entrambi. Tre nodi che si stringono l'uno sull'altro. Significativamente distaccata da questa triade si colloca la mancanza di prospettive chiare e di fiducia nel futuro, indicata dal 24,0% degli intervistati. Non è un problema materiale — non riguarda il lavoro o la casa in senso diretto — ma una dimensione psicologica e culturale: la difficoltà a immaginare un futuro possibile, a credere che le cose possano migliorare, a sentirsi parte di un progetto collettivo che offra direzione. Un quarto dei toscani vede nei giovani non solo una mancanza di risorse, ma una mancanza di orizzonte. Figura 11. Difficoltà che pesano maggiormente nel costruire il futuro dei giovani toscani (max 2 risposte; valori percentuali) L'incrocio con il titolo di studio rivela un quadro articolato, in cui alcune difficoltà sono percepite in modo trasversale da tutta la popolazione indipendentemente dal livello di istruzione, mentre altre seguono gradienti precisi che riflettono posizioni sociali diverse. Il dato più sorprendente dell'intera tavola riguarda gli stipendi troppo bassi. La difficoltà a raggiungere l'autonomia economica è indicata dal 47,8% dei laureati, dal 47,8% dei diplomati e dal 47,4% di chi ha la scuola dell'obbligo: tre valori pressoché identici, separati da meno di mezzo punto percentuale. In un'indagine in cui quasi tutte le variabili mostrano 41

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differenze significative per titolo di studio, questa uniformità è un segnale potente: la percezione che i giovani guadagnino troppo poco per costruirsi una vita non è un'opinione delle classi popolari né una preoccupazione delle élite culturali, ma una convinzione trasversale che attraversa l'intera società toscana indipendentemente dalle risorse culturali e dall'esperienza personale. È un verdetto condiviso sul mercato del lavoro giovanile. Le differenze emergono chiaramente sulle altre voci. Il lavoro stabile e dignitoso è indicato soprattutto dai diplomati (46,8%) e da chi ha la scuola dell'obbligo (42,1%), mentre i laureati si fermano al 36,3%. Un divario di oltre dieci punti che riflette la diversa posizione nel mercato del lavoro: chi ha una laurea gode tendenzialmente di maggiore protezione dall'instabilità occupazionale, anche se non dall'insufficienza salariale. La precarietà abitativa, al contrario, pesa di più sui laureati (44,6%) che sui diplomati (36,6%): chi ha studiato a lungo ha vissuto in affitto per anni durante gli studi, si è trasferito in città più care, e percepisce con più acutezza il blocco che il costo della casa rappresenta per l'autonomia. Il dato più significativo per le implicazioni che porta è quello sulla mancanza di prospettive e fiducia nel futuro. Questa voce registra il 36,8% tra chi ha la scuola dell'obbligo — quasi il doppio rispetto ai diplomati (20,5%) e dieci punti sopra i laureati (25,5%). Chi ha meno strumenti culturali per interpretare la complessità del presente sente più profondamente il disorientamento, la perdita di bussola, l'incapacità di immaginare un futuro possibile. Non è un paradosso: spesso è proprio chi ha meno accesso alle reti informative, alle letture del contesto, alle narrazioni alternative che si trova più esposto allo smarrimento quando le certezze collettive vengono meno. Sul versante opposto, il senso di solitudine e isolamento è invece più acuto tra i laureati (10,2%) rispetto ai diplomati (9,3%) e soprattutto a chi ha la scuola dell'obbligo (5,3%). Un gradiente inverso che suggerisce come chi ha più istruzione sia più consapevole — e più disposto ad ammettere — una fragilità relazionale che nelle fasce meno istruite rimane probabilmente più sommersa o meno riconosciuta come tale. Analogamente, la pressione sociale e le aspettative elevate pesano di più tra i diplomati (12,7%) rispetto a laureati (8,3%) e a chi ha la scuola dell'obbligo (5,3%): un profilo che rispecchia quella fascia intermedia che si misura con aspettative di successo senza disporre sempre degli strumenti per raggiungerle. Nel complesso, la lettura per titolo di studio del problema giovanile rivela una Toscana in cui l'unica emergenza davvero universale è quella salariale — sentita con uguale intensità da tutti — mentre le altre difficoltà si distribuiscono in modo differenziato, componendo per ciascun gruppo sociale una combinazione specifica di ostacoli da affrontare. 42

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Figura 11b. Difficoltà dei giovani toscani per titolo di studio (max 2 risposte; valori percentuali) L'incrocio con la classe d'età produce forse il risultato più sorprendente dell'intero capitolo: i giovani di 18-29 anni non descrivono le stesse difficoltà che il resto della popolazione attribuisce loro. Alcune conferme, alcune inversioni inattese, e due segnali che meritano una lettura approfondita. Il dato più contro-intuitivo riguarda il lavoro stabile e dignitoso. Mentre over 65 (51,6%), 55-64enni (45,2%) e 30-54enni (40,7%) lo indicano in modo crescente come la difficoltà principale dei giovani, i giovani stessi lo mettono in fondo alla propria lista con solo il 28,1% — quasi 24 punti in meno degli anziani. Questo non significa che il problema non esista, ma che i giovani lo vivono con una prospettiva diversa: chi è già dentro il mercato del lavoro, anche precariamente, tende a percepire più acutamente i problemi di reddito e di casa che non quello di trovare un'occupazione in senso stretto. Le generazioni più anziane proiettano sui giovani una preoccupazione occupazionale che riflette forse più la propria memoria storica che la realtà attuale. Gli stipendi troppo bassi confermano invece la loro natura trasversale anche nell'incrocio per età, pur con sfumature: i 30-54enni li indicano con la massima intensità (54,2%), mentre i giovani si fermano al 45,6% — comunque molto alto. La precarietà abitativa è sentita con forza simile dai 43

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giovani (43,9%) e dagli over 65 (44,1%), che probabilmente proiettano la propria preoccupazione di genitori o nonni. Il primo segnale distintivo e sorprendente riguarda la conciliazione tra studio, lavoro e vita personale dei giovani. Il 24,6% dei giovani la indica come difficoltà rilevante — un valore quasi cinque volte superiore a quello dei 30-54enni (5,1%) e praticamente assente nelle fasce più anziane (1,4% e 4,3%). Si tratta di una difficoltà quasi esclusivamente giovanile, invisibile allo sguardo delle altre generazioni: la pressione di dover studiare, lavorare per mantenersi, costruire relazioni e trovare tempo per sé stessi contemporaneamente. Non è il conflitto lavoro-famiglia tipico degli adulti, ma qualcosa di più liquido e pervasivo, che riflette la complessità di una fase di vita in cui tutto accade insieme e niente è ancora definito. Il secondo segnale, forse ancora più significativo, è quello sul senso di solitudine e isolamento. Il 14,5% dei giovani lo indica come difficoltà rilevante nel costruire il futuro — quasi il doppio rispetto ai 30-54enni (8,5%) e agli over 65 (7,5%). Questo dato è sorprendente perché contrasta con l'immagine comune dei giovani come generazione iperconnessa e socialmente attiva: i giovani fanno gruppo, frequentano i propri pari, vivono relazioni intense. Eppure, dichiarano una solitudine superiore a quella delle generazioni più anziane. È una solitudine diversa da quella degli anziani — non fisica o da abbandono, ma esistenziale: il senso di non appartenere davvero a nessuna comunità stabile, di essere connessi a molti ma profondamente legati a pochi, di navigare in un mare di relazioni superficiali senza trovare un ancoraggio. Una fragilità silenziosa che i dati portano in superficie e che le politiche per i giovani ignorano quasi sempre. La mancanza di prospettive e fiducia nel futuro segue un gradiente opposto: cresce con l'età, passando dal 15,8% dei giovani al 29,0% degli over 65. Le generazioni adulte e anziane sembrano preoccuparsi dello smarrimento giovanile più di quanto i giovani stessi se ne preoccupino. Può sembrare paradossale, ma ha una sua logica: i giovani vivono nel presente della difficoltà, non nel futuro dell'angoscia. È chi li guarda dall'esterno, con la consapevolezza di cosa richiederebbe costruirsi una vita dignitosa, a sentirne il peso con maggiore intensità. 44

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Figura 11c. Difficoltà dei giovani toscani per classe d'età (max 2 risposte; valori percentuali) 4.2. LE DOMANDE MAGGIORI: FORMAZIONE E RICONOSCIMENTO Dopo aver mappato le difficoltà, l'indagine chiede ai toscani cosa servirebbe davvero per aiutare i giovani a sentirsi parte della comunità e a partecipare alla vita del territorio. Le risposte disegnano un'agenda chiara, articolata su tre livelli distinti: un intervento prioritario e nettamente dominante, un secondo cluster di domande relazionali e simboliche, e un terzo livello di bisogni di prossimità e incontro. I percorsi di formazione e orientamento capaci di aiutare i giovani a costruire il proprio futuro raccolgono il 40,8% delle preferenze — una quota che distacca di quasi 15 punti la seconda risposta in classifica e che segnala un consenso molto ampio attorno a una priorità precisa. Il messaggio è coerente con quanto emerso nel paragrafo precedente: se il problema principale dei giovani è la difficoltà a costruirsi un futuro credibile — per stipendi bassi, lavoro instabile e casa inaccessibile — la risposta che la società indica come più urgente è dotarli degli strumenti per orientarsi. Non corsi fine a se stessi, ma percorsi capaci di connettere competenze, 45

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aspettative e opportunità reali: una formazione che non lasci i giovani soli davanti alla complessità del mercato del lavoro e delle scelte di vita. Al secondo e terzo posto si collocano due risposte strettamente imparentate che insieme raccolgono il 51,3% delle preferenze cumulate. Il maggiore ascolto e coinvolgimento dei giovani nelle decisioni che li riguardano (26,3%) e il sentirsi riconosciuti e presi sul serio dalle istituzioni e dalla comunità (25,0%) compongono un cluster che parla di voce e di dignità più che di risorse materiali. I toscani sembrano dire che i giovani non hanno bisogno solo di opportunità concrete, ma di essere trattati da interlocutori adulti: ascoltati, coinvolti, riconosciuti come soggetti portatori di idee e non solo come destinatari di politiche. Una domanda di partecipazione reale che le istituzioni faticano spesso a soddisfare. Lette nel loro insieme, queste risposte disegnano un modello di comunità giovanile desiderata che non è né individualista né puramente assistenziale: i giovani hanno bisogno di strumenti per orientarsi (formazione), di voce per essere ascoltati (partecipazione), di relazioni per non essere lasciati soli (adulti di riferimento e impegno collettivo), e di spazi fisici e simbolici in cui tutto questo possa accadere. Una domanda che interpella al tempo stesso le istituzioni, le comunità locali e il mondo del volontariato. Figura 12. Condizioni che aiuterebbero i giovani a sentirsi parte della comunità (max 2 risposte; valori percentuali) 46

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UNA GENERAZIONE IN CERCA DI RICONOSCIMENTO I dati di questo capitolo, letti nel loro insieme, restituiscono un'immagine della condizione giovanile toscana più complessa e più inquietante di quanto il dibattito pubblico tenda a rappresentare. Il problema dei giovani non è — o non è soltanto — la difficoltà a trovare un lavoro. Quella è la superficie visibile di una difficoltà più profonda: l'impossibilità di diventare una presenza riconoscibile e riconosciuta nella società in cui si vive. Il nucleo della questione è economico, ma non si esaurisce nell'economia. Stipendi troppo bassi (47,8%), precarietà abitativa (40,3%) e instabilità lavorativa (42,3%) formano quella triade che abbiamo descritto nel paragrafo 4.1: tre blocchi che si intrecciano e si alimentano a vicenda, impedendo ai giovani di raggiungere quella soglia minima di autonomia a partire dalla quale diventa possibile costruire una vita adulta. Non avere abbastanza denaro per pagare un affitto, non avere un contratto stabile su cui fare affidamento, non riuscire a immaginare come si potrà vivere tra cinque anni: queste non sono difficoltà contingenti, ma condizioni strutturali che erodono la capacità stessa di progettare e di appartenere. Ma il dato forse più rilevante emerso dall'analisi riguarda la dimensione simbolica e relazionale del disagio giovanile. Il 26,3% dei toscani indica come condizione prioritaria per i giovani il maggiore ascolto e coinvolgimento nelle decisioni che li riguardano, e il 25,0% il sentirsi riconosciuti e presi sul serio dalle istituzioni e dalla comunità. Insieme, questi due bisogni raccolgono il 51,3% delle preferenze cumulate — una quota altissima che parla di una domanda di cittadinanza prima ancora che di welfare. I giovani non chiedono solo risorse: chiedono di contare, di avere voce, di essere trattati da soggetti della vita collettiva e non da oggetti delle politiche. Una domanda che le istituzioni, a tutti i livelli, faticano strutturalmente a soddisfare. A questa domanda di riconoscimento si affianca una domanda di senso e di orientamento. Il 40,8% indica i percorsi di formazione e orientamento come la condizione più urgente per aiutare i giovani a sentirsi parte della comunità — una quota che distacca di oltre 14 punti la seconda risposta. Non si tratta semplicemente di domanda di istruzione formale, ma di qualcosa di più profondo: la richiesta di essere accompagnati in una fase della vita in cui tutto è aperto e niente è definito, in cui le scelte da compiere sono molte e le bussole scarse. Il 24,6% dei giovani che fatica a conciliare studio, lavoro e vita personale — un valore quasi cinque volte superiore a quello delle altre fasce d'età — racconta di una generazione che non manca di impegno, ma di struttura: di percorsi chiari, di figure che orientino, di contesti che aiutino a dare forma al proprio percorso. 47

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E poi c'è il segnale più inatteso: il 14,5% dei giovani che dichiara un senso di solitudine e isolamento, quasi il doppio rispetto alle generazioni adulte. È un dato che sfida l'immagine comune dei giovani come generazione iperconnessa e socialmente vivace. La loro solitudine non è quella dell'abbandono fisico, ma quella dell'invisibilità: sentirsi presenti senza essere visti, connessi senza essere ascoltati, attivi senza riuscire a incidere. Una solitudine esistenziale che prospera proprio nell'epoca in cui le relazioni sono più numerose e più superficiali che mai. 48

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Capitolo 5 Felicità e benessere Chiedere alle persone cosa le renderebbe più felici è una domanda apparentemente semplice, ma capace di rivelare gerarchie di valori, attese profonde e contraddizioni che nessuna statistica economica riesce da sola a portare in superficie. Questo capitolo esplora le condizioni di benessere percepite dai toscani — cosa manca, cosa si desidera, dove si radica la speranza di una vita migliore — e mette a confronto queste aspirazioni con le fragilità rilevate nei capitoli precedenti. 5.1. LE RADICI DELLA FELICITÀ: ECONOMIA, SALUTE E INTIMITA’ La domanda è netta e senza possibilità di risposta multipla: se dovesse scegliere una sola cosa capace di aumentare il suo benessere o la sua felicità nei prossimi anni, quale sarebbe? La costrizione alla scelta singola obbliga una gerarchia, e la gerarchia che emerge è rivelante. La sicurezza economica è indicata dal 38,0% dei toscani — più di uno su tre. Un valore che domina la classifica con un distacco enorme rispetto alla seconda risposta: quasi venti punti separano la sicurezza economica dalla salute (18,0%). Questo dato non è una sorpresa se letto alla luce di quanto emerso nei capitoli precedenti — il 39,5% dei toscani fatica ad arrivare a fine mese, la preoccupazione economica è la prima fonte di ansia per quasi un quarto della popolazione — ma la sua entità colpisce comunque. Quando si chiede di immaginare la propria felicità futura, la risposta più frequente non è un desiderio romantico, un'ambizione professionale o un sogno di libertà: è la tranquillità di non dover pensare ai soldi. Un bisogno di base che, quando non è soddisfatto, occupa tutto lo spazio disponibile e lascia poco posto ad altro. Al secondo posto, con il 18,0%, una salute migliore — fisica e/o mentale. Una risposta che potrebbe sembrare ovvia, ma che in questa formulazione acquisisce un peso specifico: non si tratta di guarire da una malattia, ma di aspirare a un benessere corporeo e psicologico che molti percepiscono come precario o insufficiente. L'inclusione della salute mentale nella risposta — esplicitata tra parentesi nel questionario — segnala quanto sia cresciuta la consapevolezza di questa dimensione: non più tabù o debolezza privata, ma bisogno legittimo e collettivo. Insieme, sicurezza economica e salute raccolgono il 56,0% delle risposte: oltre la metà dei toscani concentra la propria idea di felicità attorno a questi due fondamentali. 49

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Il terzo livello è composto da quella che si può leggere come la sfera intima e relazionale. Più tempo da dedicare a famiglia e affetti personali (11,3%) e più tempo per coltivare se stessi e i propri interessi (7,8%) sono risposte diverse ma complementari: entrambe parlano di tempo sottratto — alle obbligazioni lavorative, alle pressioni economiche, alla stanchezza quotidiana — e restituito alla vita vera. Sommandole si ottiene il 19,1% della popolazione che, se potesse scegliere una cosa sola, sceglierebbe di recuperare qualità e presenza nella propria vita personale più intima. Un desiderio che non si acquista con un aumento di stipendio, ma che è spesso impedito dalla necessità di lavorare troppo o di portare un carico di stress che non lascia spazio. Le migliori relazioni personali e sociali si collocano al quarto posto con il 9,5%. Un valore non trascurabile, che segnala come per quasi uno su dieci dei toscani la qualità dei legami — non la loro quantità — rappresenti la principale opportunità di felicità ancora inesplorata. Seguono il desiderio di un ambiente più sano e sostenibile (8,0%), rilevante ma non dominante, e un lavoro più soddisfacente e pieno di senso (6,0%): quest'ultimo sorprende per la sua relativa modestia, a conferma che in una fase storica segnata dalla fragilità economica, la qualità del lavoro passa in secondo piano rispetto alla sua semplice esistenza. Figura 13. Cosa potrebbe aumentare il benessere o la felicità nei prossimi anni (singola risposta; valori percentuali) 50

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5.2. IL PARADOSSO DIGITALE: CONNESSI A TUTTI, VICINI A NESSUNO La domanda sui media digitali — social media, intelligenza artificiale, internet — pone ai toscani una delle questioni più dibattute del nostro tempo: questi strumenti che promettono connessione senza confini avvicinano davvero le persone, o finiscono per costruire un mondo in cui ognuno sta nella propria bolla, più solo di prima? La risposta è netta, e difficilmente lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Il 57,5% dei toscani ritiene che i media digitali creino distanza fisica, sociale ed emotiva tra le persone. Quasi sei su dieci. Non una minoranza critica, non una generazione anziana distante dalla tecnologia, ma la maggioranza assoluta della popolazione. Una convinzione che attraversa trasversalmente la società toscana e che esprime qualcosa di più profondo di una semplice diffidenza verso il nuovo: la percezione vissuta, quotidiana, che le ore passate davanti a uno schermo sottraggano qualcosa alle relazioni reali, alla presenza fisica, alla capacità di stare davvero con gli altri. Solo il 14,3% — meno di uno su sette — ritiene che i media digitali producano alla fine più relazioni vere e non solo virtuali. È la risposta minoritaria in modo netto, quella che si discosta di oltre 40 punti dalla posizione dominante. Il 28,3% restante adotta una posizione intermedia — le due cose si bilanciano — che potrebbe sembrare prudente e ragionevole, ma che in realtà tende a spostare ulteriormente il peso verso il versante critico: chi non si schiera apertamente per la distanza non si schiera nemmeno per la connessione. Questo dato va letto con attenzione nel contesto più ampio del capitolo. Nel paragrafo precedente, il 9,5% dei toscani indicava le migliori relazioni personali e sociali come la singola cosa che potrebbe aumentare di più la propria felicità. E in tutto il report, il senso di solitudine e isolamento emerge come una delle dimensioni emotive più presenti e più pesanti, dalla preoccupazione cronica del Capitolo 1 alla solitudine giovanile del Capitolo 4. Il giudizio negativo sui media digitali non è dunque una posizione ideologica astratta: è la razionalizzazione di un'esperienza vissuta, il tentativo di dare un nome a qualcosa che molti sperimentano nella propria vita quotidiana. C'è un paradosso al cuore di questo dato che vale la pena nominare. I media digitali sono stati progettati e venduti come strumenti di connessione: ci permettono di restare in contatto con amici lontani, di trovare comunità di persone con i nostri stessi interessi, di condividere momenti e pensieri in tempo reale. Eppure la maggioranza di chi li usa quotidianamente ha la sensazione opposta: di essere più separata, più 51

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chiusa, più sola. Non è una contraddizione: è il risultato di meccanismi progettuali che privilegiano l'engagement individuale — il tempo passato sulla piattaforma, lo scroll infinito, la gratificazione immediata — rispetto alla qualità delle relazioni. Si è connessi a molti e presenti per nessuno. Per il volontariato e il terzo settore, questo dato contiene una riflessione importante. Se la maggioranza dei toscani percepisce i media digitali come una forza di distanza e non di avvicinamento, allora la sfida dell'appartenenza comunitaria — quella che i giovani del Capitolo 4 cercano senza trovarla — non si risolve investendo semplicemente in presenza digitale e comunicazione social. Si risolve creando e difendendo gli spazi fisici, le occasioni di incontro reale, le relazioni faccia a faccia che la tecnologia non può sostituire e che anzi, nella percezione collettiva, contribuisce a erodere. Il valore degli spazi comunitari, delle associazioni di quartiere, degli incontri in presenza non è mai stato così evidente — e mai così controcorrente rispetto alle tendenze dominanti. Figura 14. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? (singola risposta; valori percentuali) L'incrocio con la classe d'età rivela la dimensione forse più interessante di questo dato: il giudizio sui media digitali non è uniforme, ma si divide nettamente tra i giovani — i loro utilizzatori principali — e tutto il resto della popolazione. Una frattura generazionale che non è soltanto di abitudine tecnologica, ma di percezione profonda di ciò che la tecnologia fa alle relazioni umane. Tra i 18-29 anni la risposta dominante è il bilanciamento. Il 42,1% dei giovani ritiene che le due cose si bilancino — che i media digitali portino insieme avvicinamento e allontanamento, senza che l'uno prevalga definitivamente sull'altro. La distanza viene indicata solo dal 33,3%, meno di uno su tre, e sorprendentemente il 24,6% — quasi uno su quattro — ritiene addirittura che i media digitali producano più relazioni vere. Sono i 52

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valori più ottimistici dell'intera tavola, e stanno tutti nella fascia che usa questi strumenti di più, con più naturalezza, da più tempo. Questo non significa che i giovani siano ingenui o inconsapevoli dei rischi della tecnologia — il 14,5% che si dichiara solo nel Capitolo 4 suggerisce il contrario. Significa piuttosto che per chi è cresciuto con lo smartphone in mano, la distinzione tra relazioni online e offline è meno netta, meno carica di valore, meno angosciante. I giovani non vivono due mondi separati — quello digitale e quello reale — ma un unico spazio ibrido in cui i confini tra i due si sono dissolti. La conversazione su Instagram è parte della relazione, non un suo surrogato. Il gruppo WhatsApp non sostituisce l'amicizia: la prolunga. Il quadro cambia radicalmente a partire dai 30-54 anni. In questa fascia la distanza sale al 63,3% — quasi trenta punti in più rispetto ai giovani — e il bilanciamento crolla al 23,7%. Il giudizio negativo sui media digitali diventa la posizione maggioritaria e netta, condivisa da quasi due su tre. È la generazione che ha vissuto la transizione: ha conosciuto le relazioni prima degli smartphone, sa come ci si sentiva quando non c'erano le notifiche, e può fare il confronto. La nostalgia per ciò che si è perduto rende il giudizio più severo di quello di chi non ha mai conosciuto alternativa. Tra i 55-64 anni il picco critico raggiunge il 64,4% — il valore più alto dell'intera tavola — con il bilanciamento ridotto al 21,9% e le relazioni vere all'13,7%. Sono la generazione per cui l'adozione tecnologica è stata in parte forzata, in parte vissuta come estraneità: utilizzano gli strumenti digitali, spesso con competenza, ma non li sentono propri. Il giudizio negativo è forse anche il riflesso di un'esperienza di esclusione — di un mondo che si è digitalizzato intorno a loro più velocemente di quanto riuscissero ad abitarlo. Gli over 65 mostrano un profilo parzialmente diverso dagli altri adulti. La distanza rimane dominante (55,9%) ma scende di quasi dieci punti rispetto ai 55-64enni, mentre il bilanciamento risale al 33,3% — un valore quasi doppio rispetto alle due fasce adulte intermedie. È un dato apparentemente paradossale: la fascia che usa meno i media digitali è anche quella che li giudica con meno severità? Una possibile spiegazione è che gli anziani li usino principalmente per tenere i contatti con figli e nipoti — videochiamate, messaggi, foto condivise — e che questa esperienza specifica, orientata alla cura dei legami familiari, produca un'esperienza concretamente positiva che attenua il giudizio complessivo. Il quadro complessivo che emerge dall'incrocio generazionale è quello di una tecnologia che fa cose diverse a persone diverse, a seconda di come la si usa e di quale vita relazionale si porta con sé prima di accenderlo schermo. Per i giovani è un ambiente nativo, ambivalente ma non minaccioso. Per gli adulti è un confronto con ciò che si è perso. Per gli 53

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anziani è spesso uno strumento di cura dei legami già esistenti. Tre esperienze dello stesso oggetto che producono tre giudizi molto diversi — e che sfidano qualsiasi risposta unica alla domanda su cosa fa davvero la tecnologia alle relazioni umane. Figura 14b. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? Per classe d'età (singola risposta; valori percentuali) A differenza dell'incrocio per età, quello per genere non rivela fratture profonde: uomini e donne condividono in larga misura la stessa visione critica dei media digitali, con scarti contenuti che si muovono entro pochi punti percentuali. Il giudizio negativo sulla tecnologia digitale è trasversale al genere e non si lascia facilmente ricondurre a una sensibilità femminile o maschile specifica. La distanza emotiva e sociale prodotta dai media digitali è percepita dal 56,1% degli uomini e dal 58,9% delle donne — uno scarto di soli 2,8 punti che non configura una vera differenza di percezione, ma conferma semmai l'universalità del giudizio critico già registrato nelle frequenze generali. Stesso dicasi per il bilanciamento: 27,3% gli uomini, 29,2% le donne, con una differenza di meno di due punti. Su queste due opzioni, uomini e donne si comportano sostanzialmente allo stesso modo. L'unica differenza degna di nota riguarda la convinzione che i media digitali producano relazioni vere. Il 16,7% degli uomini la sostiene, contro l'11,9% delle donne — un divario di 4,8 punti percentuali che, pur modesto in termini assoluti, è il più ampio dell'intera tavola di genere e suggerisce una lettura. Gli uomini tendono ad attribuire ai media digitali 54

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una maggiore capacità di generare connessioni autentiche: un dato che può riflettersi nell'uso diverso che i due generi fanno di questi strumenti. Le donne, che storicamente curano la qualità dei legami relazionali con maggiore attenzione e investimento emotivo, potrebbero essere più esigenti nel valutare cosa costituisce una «relazione vera» — e quindi più critiche nei confronti di ciò che la tecnologia offre su questo piano. Figura 14c. I media digitali avvicinano o allontanano le persone? Per genere (singola risposta; valori percentuali) FELICITÀ, RELAZIONI E TECNOLOGIA: UN QUADRO COMPOSITO Rileggendo insieme i dati di questo capitolo, emerge un'immagine della felicità toscana che è al tempo stesso più semplice e più complessa di quanto il dibattito pubblico tenda a rappresentare. Più semplice nei bisogni primari — la sicurezza economica, la salute — che dominano con una forza che non ammette ambiguità. Più complessa nelle sue sfumature, perché dietro la risposta maggioritaria si apre un ventaglio di desideri personali e intimi che parlano di una società che vuole non solo sopravvivere, ma vivere. Il peso dell'economia è reale e non va minimizzato. Il 38,0% che indica la sicurezza economica come la singola condizione capace di aumentare la propria felicità è un numero che parla da solo — il doppio della seconda risposta, quasi quattro volte il valore della voce che lo segue nella classifica. Questo dato si inscrive coerentemente in tutto ciò che il report 55

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ha raccontato: la preoccupazione economica che pesa come primo item emotivo nel Capitolo 1, la fragilità reddituale del 39,5% che fatica ad arrivare a fine mese nel Capitolo 1, la triade lavoro-stipendi-casa che blocca i giovani nel Capitolo 4. La felicità desiderata ha un fondamento materiale che non si può ignorare senza tradire la realtà. La questione dei media digitali introduce nel capitolo una complessità ulteriore e per certi versi inattesa. Il 57,5% dei toscani che li vede come forza di distanza piuttosto che di connessione è un giudizio severo e condiviso — ma l'incrocio generazionale ne rivela la profonda disomogeneità. Per le generazioni adulte e anziane, il verdetto è netto: i media digitali allontanano, creano bolle, sostituiscono la presenza con la notifica. E in questo giudizio c'è probabilmente qualcosa di vero: per chi ha costruito la propria rete di relazioni prima dell'era degli smartphone, la tecnologia digitale è arrivata a disturbare un equilibrio già formato, a frammentare abitudini consolidate, a introdurre una distrazione permanente nel tessuto delle relazioni quotidiane. Ma tra i 18-29 anni il quadro è radicalmente diverso. I giovani non vedono i media digitali come una forza di disgregazione: li vivono come un ambiente ambivalente, in cui l'avvicinamento e l'allontanamento coesistono senza che l'uno prevalga sull'altro. Il 42,1% sceglie il bilanciamento, il 24,6% vede addirittura più relazioni vere. Come interpretare questa differenza? Una prima lettura è strutturale: i giovani usano questi strumenti in modo diverso dagli adulti — non per mantenere relazioni già esistenti che rischiano di diluirsi, ma per costruirne di nuove, per trovare comunità di simili, per esplorare identità ancora in formazione. Per loro il confine tra online e offline non è mai stato netto, e quindi la domanda stessa — i media digitali avvicinano o allontanano? — potrebbe non avere per loro lo stesso significato che ha per chi ha conosciuto le relazioni prima di Internet. Una seconda lettura è più cauta e introduce una domanda aperta. I giovani socializzano naturalmente di più tra loro, indipendentemente dal mezzo: è una tendenza che ha radici biologiche e culturali che precedono i social media. È quindi possibile che la loro minore percezione di distanza prodotta dalla tecnologia non sia un effetto della tecnologia stessa, ma della loro fase di vita — e che tra dieci o vent'anni, quando avranno costruito le proprie reti di relazioni adulte e sperimenteranno la stessa frammentazione che oggi lamentano i loro genitori, il loro giudizio sui media digitali diventi altrettanto critico. Gli effetti della tecnologia a lungo termine sulla capacità delle persone di costruire legami profondi, stabili e fisicamente presenti rimangono, per ora, una domanda aperta. 56

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Sintesi e conclusioni: Sotto pressione, ma non soli Ogni indagine ha una domanda profonda che non compare in nessun questionario, ma che emerge tra le righe quando si leggono i dati nel loro insieme. La domanda che attraversa questo rapporto è: come sta tenendo il tessuto della vita comune in Toscana? La risposta che i dati restituiscono non è né ottimistica né pessimistica. È la risposta di una società che resiste, che porta un peso crescente, e che continua a cercare — nei legami, nel volontariato, nella comunità — le risorse per alleggerirlo. Una pressione reale, non percepita Il primo messaggio che il rapporto consegna con forza è che la pressione emotiva e materiale dei toscani non è un'impressione soggettiva, ma una condizione documentabile con precisione. Il 47,6% vive la preoccupazione per il futuro come uno stato abituale. Il 44,0% è attraversato da stress e ansia con frequenza strutturale. La frustrazione e la rabbia si attestano al 32,3% ciascuna, con una simmetria che dice molto: due risposte diverse allo stesso disagio di fondo, l'impotenza e la protesta. Di fronte a tutto questo, la fiducia e l'ottimismo reggono solo nel 25,8% — quasi la metà di chi porta preoccupazione. Questa pressione ha radici materiali precise che il rapporto ha documentato con cura. Il 39,5% dei toscani fatica ad arrivare a fine mese. La sicurezza economica è indicata dal 38% come la singola condizione capace di aumentare la propria felicità. Le due cifre si corrispondono quasi perfettamente: la mappa dei bisogni insoddisfatti e quella dei desideri di felicità disegnano lo stesso territorio. Non è una società in crisi acuta, ma una società sotto una pressione lenta e continua che logora nel tempo, consuma le energie e alimenta quelle ansie croniche che i dati del Capitolo 1 hanno fotografato con precisione. 57

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Una società più conflittuale La conflittualità percepita è il secondo dato strutturale del rapporto. Solo il 3,5% dei toscani non avverte un clima di tensione crescente: la quasi totalità della popolazione vive in un contesto sociale che percepisce come più frammentato, più polarizzato, più difficile da abitare insieme. Le fratture che preoccupano di più riguardano i rapporti tra italiani e stranieri (34,3%), la polarizzazione politica (32,5%) e — dato generazionalmente rilevante — il confine tra i social media e il mondo reale (29,5%). La disuguaglianza economica (28,0%) chiude un quadro in cui le tensioni si alimentano reciprocamente: più si percepisce ingiustizia distributiva, più si cercano capri espiatori; più il clima politico si polarizza, più il tessuto comunitario si assottiglia. Il terzo messaggio del rapporto riguarda il volontariato — il suo cuore tematico. Il 79,3% dei toscani considera i volontari persone da ammirare che fanno del bene: un capitale di stima straordinario, superiore a quello che si registra per quasi ogni altra istituzione o categoria. Il calo rispetto al picco del 2025 (84,4%) non deve allarmare, ma nemmeno essere ignorato: in un clima sociale più teso e più sfiduciato, anche il giudizio verso chi si impegna gratuitamente risente di un'atmosfera generale che tende a smorzare gli entusiasmi. Più rilevante è la questione della partecipazione. Solo il 13,5% fa volontariato organizzato, mentre il 20,4% pratica forme spontanee di aiuto. Il divario è eloquente: molti sentono il bisogno di fare qualcosa per gli altri, ma le organizzazioni strutturate non riescono a intercettarli. Il volontariato ha un problema di rinnovamento generazionale — i giovani partecipano pochissimo alle forme organizzate (3,5%) pur avendo alto volontariato spontaneo (26,3%) — e un problema di trasversalità educativa: chi ha meno istruzione partecipa meno, ma è anche quello che più avrebbe bisogno del volontariato come rete di protezione materiale (39,5% vede in esso un aiuto concreto a chi è in difficoltà). Una doppia asimmetria che il terzo settore deve saper affrontare con linguaggi e forme di impegno rinnovate. I giovani: non solo lavoro, ma riconoscimento Il Capitolo 4 ha chiarito che la questione giovanile è più complessa di quanto il dibattito pubblico rappresenti. La triade economico-abitativa — 58

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stipendi troppo bassi (47,8%), lavoro instabile (42,3%), casa inaccessibile (40,3%) — è reale e urgente. Ma accanto a essa emerge una domanda che i dati rendono visibile con nitidezza: i giovani non chiedono solo risorse, chiedono di essere riconosciuti. Il 26,3% indica il maggiore ascolto nelle decisioni che li riguardano come condizione prioritaria, il 25,0% il sentirsi presi sul serio dalle istituzioni. Insieme, più della metà della popolazione vede nel riconoscimento simbolico e relazionale una condizione imprescindibile per l'appartenenza giovanile. A questo si aggiunge il segnale della solitudine giovanile — 14,5%, quasi il doppio degli adulti — e quello della conciliazione (24,6%, esclusivamente giovanile): non una generazione pigra o disimpegnata, ma una generazione che deve fare troppe cose contemporaneamente senza strutture di supporto adeguate, e che fatica a trovare un ancoraggio stabile in una società che la guarda con preoccupazione ma non sempre la ascolta con attenzione. Il digitale: la grande domanda aperta L'ultimo filo conduttore del rapporto è quello più sfidante sul piano interpretativo. Il 57,5% dei toscani ritiene che i media digitali creino distanza emotiva e sociale piuttosto che connessione. È un giudizio severo, trasversale, condiviso da uomini e donne in modo quasi identico. Ma l'incrocio generazionale introduce una complessità che non si può ignorare: tra i giovani, la risposta dominante è il bilanciamento (42,1%), non la distanza (33,3%). I giovani non vivono il digitale come disgregazione — lo abitano come un ambiente ibrido in cui l'online e l'offline si intrecciano senza soluzione di continuità. Rimane aperta la domanda più importante: questo è un effetto strutturale della tecnologia o un effetto di fase? I giovani socializzano di più perché sono giovani, non perché usano i social media. Quando costruiranno le proprie reti adulte, il loro giudizio potrebbe convergere verso quello delle generazioni più anziane. Oppure no: potrebbero aver sviluppato davvero una nuova ecologia relazionale, più fluida ma non necessariamente più povera. Non lo sappiamo ancora. Quello che sappiamo è che la tecnologia digitale ha cambiato — e continua a cambiare — le condizioni in cui le relazioni umane si formano, si mantengono e si deteriorano. E che questo cambiamento ha effetti molto diversi a seconda dell'età, del contesto di vita, del tipo di relazioni preesistenti. 59

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Un rapporto di ricerca non è un piano d'azione, ma è un invito alla lettura. E la lettura che questi dati suggeriscono è quella di una Toscana che non ha bisogno di essere salvata, ma che ha bisogno di essere ascoltata con più attenzione di quanto spesso avvenga. La pressione economica richiede risposte strutturali che vanno oltre la competenza del volontariato: politiche del lavoro, politiche abitative, redistribuzione del reddito. Ma accanto a queste, i dati mostrano che esiste una domanda di qualità delle relazioni, di riconoscimento, di orientamento e di comunità che le politiche ordinarie non riescono da sole a soddisfare. È qui che il volontariato e il terzo settore hanno ancora un ruolo insostituibile — non come supplenza dello Stato, ma come spazio di umanità che nessuna legge può produrre e nessuna piattaforma digitale può sostituire. La Toscana descritta in questo rapporto è sotto pressione. Ma è anche, ancora, una regione in cui quasi quattro persone su cinque ammirano chi si mette a disposizione degli altri gratuitamente. In cui il bisogno di comunità è più vivo che mai, anche tra chi non sa ancora come esprimerlo. In cui i giovani cercano riconoscimento, gli adulti cercano qualità di vita, gli anziani cercano cura. Tre domande diverse, un'unica risposta possibile: costruire insieme le condizioni per non essere soli. 60

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Nota metodologica Disegno dell'indagine Il presente rapporto raccoglie i risultati di un'indagine demoscopica realizzata su un campione rappresentativo della popolazione della regione Toscana con età superiore ai 18 anni. L'indagine è stata progettata per esplorare le condizioni di vita, il benessere soggettivo, la percezione del volontariato e della partecipazione civica, la conflittualità sociale e le aspettative dei cittadini toscani rispetto al futuro. Il campione La numerosità campionaria è stata di 800 casi (800 interviste condotte a buon fine). Il campione è stato costruito in modo da risultare statisticamente rappresentativo della popolazione adulta toscana attraverso una stratificazione per quattro variabili di controllo: · Provincia di residenza (10 classi) · Classe di età (4 classi: 18-29, 30-54, 55-64, 65 anni e oltre) · Genere (2 classi: uomini, donne) · Titolo di studio (3 classi: laurea/post-laurea, diploma superiore, scuola dell'obbligo) La struttura del campione rispecchia fedelmente la composizione demografica della popolazione toscana residente secondo le fonti ISTAT. I dati sono stati successivamente ponderati per correggere eventuali scostamenti residui rispetto alla distribuzione della popolazione di riferimento. Distribuzione del campione per provincia La tabella seguente riporta per ciascuna delle 10 province toscane: la popolazione residente (fonte ISTAT), il peso percentuale sul totale regionale e la quota proporzionale di interviste nel campione. Di questa tabella è considerata la colonna relativa al peso statistico e al numero delle interviste, ricordando che sono intervistate solo persone di 18 anni o più. La stima di questa popolazione è di 3.370.000, quindi non molto 61

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lontana dalla popolazione complessiva di 3.660.000. Si parla di stima dei maggiorenni perché la distribuzione in classi di Istat non divide esattamente i diciottenni dagli altri, essendo la classe 15-19 anni; perciò, bisogna aggiungere alle classi d’età successive una quota-parte della classe 15-19 anni. Provincia Popolazione Peso % Interviste (n≈) Firenze 972.956 26,6% 213 Pisa 422.839 11,5% 92 Lucca 380.693 10,4% 83 Arezzo 333.646 9,1% 73 Livorno 325.431 8,9% 71 Pistoia 290.036 7,9% 63 Prato 261.094 7,1% 57 Siena 259.826 7,1% 57 Grosseto 215.328 5,9% 47 Massa-Carrara 186.759 5,1% 41 Toscana (totale) 3.660.530 100,0% 800 Margine di errore e attendibilità statistica Per un campione di 800 casi il margine di errore statistico è pari a ±3,5 punti percentuali con un livello di confidenza del 95%, in condizioni di massima variabilità. Questo significa che, per qualsiasi percentuale rilevata sul campione totale, il valore reale nella popolazione si colloca con 62

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una probabilità del 95% entro un intervallo di ±3,5 punti percentuali rispetto al dato osservato. Per le analisi condotte su sottogruppi (per genere, classe di età, titolo di studio, provincia), il margine di errore è necessariamente più elevato in proporzione alla riduzione della numerosità campionaria. Le differenze tra sottogruppi commentate nel testo sono da intendersi come tendenze significative e non come valori assoluti esatti. Nel corso dell'analisi si è scelto di commentare solo le differenze che presentano uno scarto sufficientemente ampio da essere interpretabile al netto del margine di errore di ciascun sottogruppo. L'indagine è stata condotta mediante un questionario strutturato composto da 14 domande, articolate in cinque aree tematiche principali: le condizioni di vita e il benessere soggettivo; la percezione della conflittualità sociale e la fiducia nelle istituzioni; il volontariato e la partecipazione civica; la condizione dei giovani e il loro rapporto con il territorio; la felicità, i desideri individuali e il ruolo dei media digitali. Le domande includono item a risposta singola, item a risposta multipla (con indicazione del numero massimo di risposte ammesse) e scale di frequenza a quattro modalità. Il questionario è stato somministrato con sistema misto CATI/CAWI su un panel rappresentativo di residenti in Toscana con età superiore ai 18 anni. Le interviste sono state effettuate con sistema misto CATI/CAWI: Computer Aided Telephone Interview (CATI) per la componente telefonica e Computer Aided Web Interview (CAWI) per la componente online, per mezzo di un questionario strutturato preventivamente concordato con CESVOT. L'adozione di una tecnica mista ha consentito di garantire una maggiore copertura campionaria e di ridurre i possibili bias di selezione legati all'utilizzo di un solo canale di rilevazione. 63

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Appendice: QUESTIONARIO D'INDAGINE CESVOT 2026 Cittadini, volontariato e vita sociale in Toscana SEZIONE 1. COME STANNO I TOSCANI Obiettivo: misurare stress emotivo, solitudine percepita, pressione economica e barriere alla richiesta di aiuto Q1) Negli ultimi 12 mesi, quanto spesso ha provato i seguenti sentimenti? (Rispondere per ciascuna voce: Mai / Qualche volta / Spesso / Molto spesso) Mai Qualche Spesso Sempre volta Senso di preoccupazione per il futuro Senso di frustrazione Senso di stress o ansia Senso di rabbia Senso di solitudine o di isolamento Senso di fiducia e ottimismo per il futuro Q2) Qual è la principale fonte di preoccupazione per lei oggi? (Singola risposta) 1. La situazione economica personale/familiare 2. La salute e il benessere (propria o dei propri cari) 3. Il lavoro non soddisfacente o la sua mancanza 4. Il futuro dei figli/giovani 64

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5. La situazione generale del Paese 6. I cambiamenti climatici e ambientali 7. La sicurezza personale (criminalità, degrado, conflitti sociali) 8. Nessuna preoccupazione particolare Q3) Il suo livello di reddito è sufficiente per sostenere l'attuale costo della vita? (Singola risposta) 1. Sì, del tutto sufficiente 2. Sì, abbastanza sufficiente 3. Appena sufficiente, faccio fatica ad arrivare a fine mese 4. No, per nulla sufficiente Q4) Conosce persone che negli ultimi 12 mesi hanno avuto difficoltà personali e/o economiche senza riuscire a chiedere aiuto? (Singola risposta) [DOMANDA FILTRO] 1. Sì, conosco persone in questa situazione → PASSARE A Q4bis 2. No, non conosco persone in questa situazione → PASSARE A Q5 3. Non so / preferisco non rispondere → PASSARE A Q5 [Solo per chi ha risposto 1 alla Q4] Q4bis) Secondo lei, quali sono gli ostacoli principali che impediscono alle persone di chiedere aiuto? (Max 2 risposte) 1. Vergogna o imbarazzo 2. Non sapere a chi rivolgersi, né servizi pubblici, né rete familiare e amicale 3. Paura del giudizio degli altri 4. Sfiducia nei servizi di assistenza 65

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5. Difficoltà pratiche come accesso facile ai servizi (orari, distanza) 6. Timore di perdere la propria autonomia/dignità 7. Mancanza di informazioni sui servizi disponibili SEZIONE 2. FIDUCIA, CONFLITTI E CONVIVENZA Obiettivo: misurare fiducia interpersonale e istituzionale, percezione del conflitto sociale, qualità della convivenza Q5) In quali contesti percepisce oggi un clima più conflittuale rispetto al passato? (Max 2 risposte) 1. Nei rapporti tra generazioni (giovani vs anziani) 2. Nei rapporti interni tra gli stessi giovani 3. Nei rapporti tra italiani e stranieri 4. Nei rapporti tra ricchi e poveri 5. Nei rapporti tra chi vive in città e chi vive in aree rurali/periferiche 6. Nei rapporti politici tra schieramenti diversi 7. Nei rapporti tra i social media e il mondo reale 8. Nei rapporti di vicinato e nella vita quotidiana 9. Non percepisco un clima particolarmente conflittuale SEZIONE 3. VOLONTARIATO E PARTECIPAZIONE Obiettivo: misurare riconoscimento sociale del volontariato, disponibilità all'impegno, bisogni prioritari e attese verso la politica Q6) In generale, cosa pensa dei volontari, di quelle persone che impegnano il proprio tempo svolgendo attività per gli altri nelle associazioni di volontariato? (Singola risposta) [DOMANDA STORICA - identica al 2025 per confronto serie storica] 1. Fanno del bene per gli altri e sono da ammirare 66

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2. Fanno cose positive, ma niente di speciale 3. Fanno cose positive come altri che non fanno volontariato 4. Fanno volontariato per motivi personali Q7) Attualmente, svolge attività di volontariato? (Singola risposta) [DOMANDA STORICA - identica al 2025] 1. Sì, in un'associazione (es. Associazione di Promozione Sociale, OdV, Cooperativa sociale) 2. Sì, in maniera spontanea, non in un'associazione organizzata 3. No, non svolgo attività di volontariato in nessuna modalità Q8) Quale problema in Toscana richiede oggi con più urgenza il contributo dei volontari? (Max 2 risposte) 1. Supporto agli anziani soli o non autosufficienti 2. Contrasto alla povertà e all'emarginazione 3. Sostegno ai giovani in difficoltà (disagio, dipendenze, né lavoro, né studio) 4. Aiuto ai migranti e inclusione sociale 5. Emergenze sanitarie e assistenza domiciliare persone fragili 6. Tutela dell'ambiente e del territorio 7. Supporto all’autonomia e all’inclusione di persone con disabilità 8. Sostegno alle famiglie in difficoltà 9. Promozione della cultura e dell'educazione Q9) Se il volontariato non esistesse più, che cosa mancherebbe maggiormente alla comunità toscana? (Singola risposta) 1. Un aiuto concreto a chi è in difficoltà 2. Legami di solidarietà e coesione nella comunità locale 67

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3. Un esempio positivo di impegno gratuito per gli altri 4. Un presidio di persone vicine ai bisogni reali 5. Servizi essenziali che lo Stato non riesce a garantire 6. Occasioni di socialità e partecipazione per i cittadini 7. Un aiuto in caso di emergenze sociali 8. Non mancherebbe molto, altri soggetti potrebbero sostituirlo 9. Spazi di impegno e assunzione di responsabilità, soprattutto per i giovani Q10) Cosa dovrebbe fare la politica in Toscana per il volontariato? (Max 2 risposte) 1. Ascoltare di più i territori e chi fa volontariato, prima di decidere 2. Garantire continuità e stabilità alle attività di volontariato nel tempo 3. Coinvolgere il volontariato nelle scelte, non solo nell’attuazione 4. Riconoscere il valore del tempo e delle competenze donate dai volontari 5. Semplificare la burocrazia per le associazioni 6. Aumentare i finanziamenti e le risorse per il terzo settore 7. Rispettare l’autonomia delle associazioni SEZIONE 4. GIOVANI, TERRITORI E OPPORTUNITA’ Q11) Guardando ai giovani toscani, quali sono oggi le difficoltà che pesano maggiormente nel costruire il loro futuro? Risposte max 2: 1. La difficoltà a trovare un lavoro stabile e dignitoso 2. La difficoltà a raggiungere l’autonomia economica per stipendi troppo bassi 68

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3. La precarietà abitativa (affitti alti, difficoltà ad andare a vivere da soli) 4. La mancanza di prospettive chiare e di fiducia nel futuro 5. La difficoltà a conciliare studio, lavoro e vita personale 6. Il senso di solitudine, isolamento o scarsa appartenenza a una comunità 7. La pressione sociale e le aspettative elevate (successo, performance, confronto) Q12) Secondo lei, quali condizioni aiuterebbero maggiormente i giovani a sentirsi parte della comunità e a partecipare alla vita del territorio? Risposte max 2: 1. Spazi di incontro e aggregazione nei quartieri e nei comuni 2. Opportunità concrete di impegno personale (volontariato, associazioni, iniziative locali) 3. Maggiore ascolto e coinvolgimento dei giovani nelle decisioni che li riguardano 4. Presenza di adulti di riferimento capaci di accompagnare e valorizzare i giovani 5. Attività culturali e ricreative diffuse sul territorio 6. Percorsi di formazione e orientamento che aiutino a costruire il proprio futuro 7. Contesti capaci di accogliere le differenze e le fragilità 8. Sentirsi riconosciuti e presi sul serio dalle istituzioni e dalla comunità SEZIONE 5 . FELICITÀ, BENESSERE E DESIDERI 69

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Obiettivo: esplorare fattori desiderati di benessere, importanza delle relazioni e priorità individuali per il futuro Q13) Se dovesse scegliere una sola cosa che potrebbe aumentare il suo benessere o la sua felicità nei prossimi anni, quale sarebbe? (Singola risposta) 1. Una maggiore sicurezza economica 2. Più tempo da dedicare a famiglia e affetti personali 3. Migliori relazioni personali e sociali 4. Una salute migliore (fisica e/o mentale) 5. Un lavoro che dia più soddisfazioni e più senso a quello che faccio 6. Vivere in un ambiente più sano e sostenibile 7. Più tempo per coltivare me stesso/a e i miei interessi 8. Più tempo per fare attività dedicate a chi ha bisogno Q14) Si passa molto tempo con strumenti digitali come i social media, l’intelligenza artificiale e internet. Secondo lei questo facilita l’incontro delle persone, o finiscono per creare un mondo più chiuso in cui ognuno pensa più a sé stesso? 1. Sì, alla fine creano distanza fisica, sociale ed emozionale tra le persone; 2. No, alla fine creano più relazioni vere e non solo virtuali 3. Le due cose tendono a bilanciarsi, perciò non si può dire che vince la prima o la seconda ipotesi in maniera definitiva 70

Under Pressure, but Not Alone

The 2026 Report on Tuscan society: new fragilities, growing conflicts, and the vital role of volunteering as an infrastructure of social cohesion.

Il Metodo Sociometrica